Uno, nessuno, F

Parole, opere e omissioni -> Racconti

Sono sempre stato dalla parte di chi viene lasciato, del respinto, di chi soffre. Da una ispirazione illustre.

"Eppure le ho stretto le mani nel modo giusto...", questo pensa F mentre cammina sul viale scarsamente illuminato del lungo fiume. Platani scheletrici e lampioni dalla luce avariata proiettavano ombre complicate ai suoi piedi. Le scarpe, bianche, schiacciano sotto il passo affrettato e affannoso le ampie foglie giallo-verdi che la stagione e il vento hanno preteso in sacrificio.
Destro, sinistro, destro, sinistro. Il respiro profondo e la gola secca scandiscono ogni passo della corsa, arrivata già ben oltre il ragionevole limite fisiologico. Dolori intercostali, respiri spezzati da fitte alle caviglie: eppure F continua a correre grazie alla rabbia, la bile come carburante. Nelle orecchie una romantica canzone country di Ricky Nelson che parla di una certa Mary Lou, di quanto la ama, di come sa per certo che non si lasceranno mai. Curioso umorismo della Apple.
Forse le Mary Lou degli anni 50 erano effettivamente ragazze che si facevano conquistare dalle parole dolci sussurrate a fior di labbra, dai baci che durano più di un respiro, quando prendere ossigeno significa divorare l'odore dell'amore. Ma di una cosa è certo F: le M dei suoi anni erano più smaliziate, più complicate. Più stronze.
"Eppure le ho stretto le mani nel modo giusto, ho pronunciato le frasi che andavano dette, ma non ho saputo legarla. Non ho saputo metterle un bavaglio in bocca e costringerla a sentirmi. Ad ascoltarmi con le orecchie; con la bocca; con le mani. Non ho avuto la fermezza di un silenzio. Non ho avuto il coraggio di costringerla ad una risposta. Non ho avuto il coraggio di agguantarle con una mano la gola. E stringere. Forte. Fino a sentirle uscire dalle labbra una risposta che non fosse fatta di nebbia. Fino a farle mancare il respiro. Stringere. Fino a soffiarle l'ossigeno con le mie labbra, dentro i polmoni.
Fino a vederle negli occhi la paura di una situazione che non può controllare, un vero e autentico terrore; cazzo, finalmente qualcosa di sincero da quel viso.".
I polmoni respirano aria gelida e pesante della sera, gli occhi rossi dal vento e bagnati dal dolore, le gambe molli. Il polpaccio destro si irrigidisce di colpo in un crampo insopportabile. F saltella fino al parapetto che da sul fiume. Appoggia le mani sulla ringhiera gelata e piega la testa fra le braccia, cercando di stirare la gamba dolente, allungandola all'indietro.
I capelli attaccati alla fronte, le gocce di sudore che scendono sulle guance, per arrivare, amare e fredde, alla bocca e al naso. Respiri frettolosi, per mangiare ossigeno e recuperare fiato. Il corpo sconquassato dai sussulti e dai tremiti. Correre era l'unico modo per arrivare stremato alla fine della giornata e sperare di riuscire a dormire.
Alla fine l'aveva ottenuta la sua risposta con la R maiuscola, dopo tentennamenti, suppliche e pianto. Aveva estorto con la compassione, comportandosi da supplice, quello che avrebbe dovuto rivendicare come suo di diritto, con rabbia da guerriero. "Questa è Sparta!" avrebbe dovuto dire, gettando M nel pozzo nero. La risposta: chiara, fresca, ovvia, scolpita nel marmo, ostinata nella sua verità. Non il solito "niente".
Dopo la lapidazione di giustificazioni e la sepoltura di meste e luttuose preghiere di comprensione, come fosse lei la recente vedova e non lui, attaccata alla sua gambe voltata, è arrivato, inatteso e imprevisto, l'orgoglio.
Sbattendo la porta alle sue spalle, scendendo a due a due i gradini della scale, ha pensato: "Ho voglia di un gesto eroico, di un urlo verso la morte, con la mia spada sguainata, paura e certezza che sia tutto finito, ennesimo piccolo tassello di un disegno incomprensibile. Correre sentendo pulsare il sangue nelle tempie, sentire la gola secca per lo sforzo, con l'anima che vuole correre più veloce del corpo. Un gesto eroico e disperato come una lama sul collo per estorcere la verità. Qualcosa di forte come una testata sul naso. Meritavo chiarezza e sincerità; e ora le ho entrambe. C'è la pazzia dei diciassette anni, la sfrontatezza dei venti; c'è la voglia di prendere la vita e addentarla al collo, succhiando sulla pelle ogni goccia di essenza e non più bere dalla stessa bottiglia di plastica da mezzo litro, riempita già tante e tante volte. C'è polvere, c'è sudore di strada percorsa".
F commette l'errore di invertire il senso delle lancette dei suoi pensieri e ricorda una frase che aveva detto ad F. Quando gliel'aveva detta? Sembravano passati secoli. "Mi basterebbero 100 passi per perdermi con te".
"Non ne sono bastati 10 volte tanto per dimenticarti" pensa adesso, sentendo freddo, appoggiando la fronte al braccio sudato. La gamba sembra riprendersi e prova ad appoggiarla a terra. Un ostinato lampione continua senza pietà a ricoprirlo di schifosa luce gialla marcia. Scatta e colpisce con le nocche della mano destra il freddo metallo della pertica. La luce tremola. Un altro colpo. Dolore. Un altro. Odore di sangue. Un altro. Buio.