Il guardiano del faro

Parole, opere e omissioni -> Racconti

Un racconto che dice senza dire, che alla seconda lettura si reinterpreta meglio, che odora di mare.

Agenore sgattaiolò fuori dalla stanza in cui stava dormendo fino a qualche minuto prima. Dalle verdi persiane di legno era iniziata a filtrare quella leggera luce color del ghiaccio che preannunciava di qualche minuto l'arrivo dell'alba. Attraversò in fretta la sala grande senza disturbare il pesante silenzio che avvolgeva tutte le stanze e uscì all'aperto attraverso la finestra, solo socchiusa.
L'aria fredda delle ultime ore della notte l'ho investì completamente facendolo sussultare. Si accucciò per un istante sul freddo pavimento fatto di lastroni di pietra e rivolse lo sguardo all'edificio da cui era appena uscito. Alla poca luce del cielo si intuiva soltanto il colore grigio scuro della struttura, un basso edificio di un unico piano accanto al quale svettava, imponente ed enorme, una torre. Proprio in quegli istanti, la luce in cima si stava affievolendo; sarebbe riapparsa qualche minuto prima del vespro.
In un istante il vento cambiò direzione e Agenore venne investito dal sapore, dall'odore e dal rumore del mare: salato, gelido e impetuoso; un'onda più forte delle altre si infranse sugli scogli sottostanti la terrazza e gli portò al naso delle goccioline salate di spuma marina. Con una espressione infastidita e sognate si avvicinò lentamente al muretto di pietre che faceva da parapetto. Con un elegante salto si arrampicò sul ciglio e, dopo qualche passo sullo stretto margine, si sedette a guardare il mare in direzione del leggero chiarore nel cielo.
L'aurora iniziò a tingere di rosso la tela color del marmo, mentre la risacca si faceva a tratti più violenta, investendo Agenore con una fitta nebbiolina di acqua salmastra. Il rumore arrivava dal basso come un orda nel furore della battaglia che si infrange contro gli eterni bastioni di un castello. Agenore mosse lentamente i suoi occhi verdi su tutto l'arco dell'orizzonte per poi tornare nel punto in cui il sole stava per esplodere. Il vento lo accarezzava come fosse erba e lui si lasciava cullare, completamente sveglio.
Come ogni mattina gli ritornò alla mente il suo unico amore, conosciuta proprio lì, su quella terrazza. Non si scambiarono mai una parola, solo sguardi consapevoli. Aveva sempre davanti a se i suoi due occhi color dell'ambra. Era tutto lì il sentimento che li legava, qualcosa di naturale che trascendeva le loro due esistenze e che guidava per mano tutto il vivente. Lei non aveva nome, nessuno l'aveva mai chiamata.
Per qualche periodo venne accettata in casa, ma quando la gravidanza divenne evidente venne scacciata. A nulla servirono i due lunghi giorni che passò davanti all'entrata della casa, supplice, in attesa che gli fosse concesso un posto caldo. A lei non era permesso entrare e ad Agenore non era consentito uscire, poteva solo osservarla da dietro il vetro di una finestra. Pensò in quei due giorni di prigionia alla loro fuga insieme, alle strade che avrebbero percorso, ai cieli che avrebbero visto, ai profumi e ai sapori che avrebbero incontrato; ma non ebbe il coraggio di trasformare il sogno in realtà, di rinunciare a tutto quello che aveva dentro quelle calde e solide mura.
Il terzo giorno, un piovoso mattino estivo, non la trovò più.
Da allora ogni mattina della sua lunga vita usciva a guardare il sole emergere dal mare.
Questo era il suo modo per ricordarla, tributandogli le sue prime ore di veglia, per farsi perdonare di essere solo un gatto di casa.