16 anni

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16 anni sono tanti. Per un gesto d'ira sono tanti.
Sono entrato quasi curioso, 16 anni fa. Avevo in testa le divise della Banda Bassotti, la palla di ferro al piede e le finestre con il sole a scacchi per le inferriate. Non avevo ancora ben chiaro che 16 anni sono fatti ciascuno da 12 mesi e ogni mese grosso modo da 30 giorni. Pensavo che avrei fatto i sei segnetti paralleli sui muri, da sbarrare poi al settimo, ad indicare una settimana passata in quel cubicolo di cemento. Ma dopo due segni ho smesso quella pratica inutile. Ho smesso perché ho scoperto che non mi sarebbero bastati i muri per fare tutti i segni che avrei dovuto.
Sono entrato che ero "nel mezzo del cammin" della mia vita; ora mi trovo ad aver scollinato il crinale, con davanti una discesa non so quanto lunga. Perché gli anni della carta d'identità vanno raddoppiati quando li passi a respirare la tua stessa aria per mesi e mesi. E' come se sentissi che i miei polmoni ormai sono abituati a filtrare l'aria stantia della cella e che potrebbero esplodere per l'eccessiva purezza dell'aria, una volta fuori.
Fuori.
Quel fuori che è stato per anni così irraggiungibile, visto solo attraverso gli occhi dei martiri che mi hanno fatto visita in questi lunghi anni. Sono abituato ad un cielo sempre grigliato; credo che il suo azzurro potrebbe anche uccidermi vedendolo all'improvviso tutto unito.
Ma ho pagato il mio debito con la legge; almeno così dicono. Ho versato tanto sangue quanto ne ho fatto versare, quindi siamo pari. Hanno messo sulla bilancia la spada della giustizia, ma io non avevo oro per placare la sete di Attila; ho dovuto bilanciare con il peso della mia vita.
Oggi sono libero.
Non d'improvviso. La mia libertà è da tempo che si sta accumulando. Prima mi sono liberato della mia ragazza; l'amavo troppo per legare anche lei a quelle sbarre. Le ho detto che l'avevo tradita. Lei, forse anche per necessità, ci ha creduto subito. Se non ci avessi pensato io, avrebbe trovato il modo lei di troncare, ma sarebbe stato poco giusto lasciarle anche quell'incombenza. Non è passato un giorno senza che pensassi a lei con affetto. Non avrei mai allontanato i miei amici, ma il tempo mi ha liberato di loro; un impegno troppo grande da reggere. Non li biasimo, avrei fatto lo stesso. Il tempo mi ha liberato di mia madre, sempre fedele al nostro incontro attraverso un vetro, finché ha potuto. Un telegramma dello Stato a dirmi che non l'avrei più vista piangere. Forse meglio così, la tristezza dei suoi occhi mi avrebbero ucciso prima o poi. Per quel che riguarda il resto del parentame, ho scoperto che certi tipi di muro assottigliano i legami di sangue.
Si apre la cella, mi ridanno i miei vestiti vecchi di 16 anni. Firmo fogli, tra cui potrebbe esserci anche la mia condanna a morte, ma non ci faccio attenzione. Si apre una porta, piccola; mi aspettavo un portone a due ante che si apre lentamente, come nei film americani.
Blu e aria fredda dalla porta. E lacrime invecchiate di 16 anni.