Condominio

Parole, opere e omissioni -> Racconti

Salendo le scale dal cortile, appena dopo la prima rampa, aprendo la terza porta partendo da destra, quella in finto legno laccato anni 70 come tutte le altre, si entrava nell'appartamento dove viveva, molto provviosriamente, Fede.
Il nome era scritto sul campanello con un post-it di quelli gialli, con chiare lettere di biro blu, accompagnato da altri due. Tutti gli chiedevano, quando lo conoscevano, se Fede stava per Federico. E lui ripeteva, come ormai fosse una cantilena, che no, Fede era il suo vero nome, che non era il dimuitivo di nulla, che i genitori calabresi avevano scelto quel nome perchè lo portava suo nonno che era morto in guerra e che dalle sue parti si usava così.
Sorpassato l'uscio ci si ritrovava nella classica casa affittata ad un gruppo di studenti, disordinata e arredata in maniera minimale. La camera di Fede era una specie di tana da collezionista. Sembrava che ogni sorta di scarto avesse trovato un suo posto nel museo che Fede conservava in camera. Si poteva vedere su una improvvisata libreria uno zio paperone di plastica che guardava stupito il suo vicino di postazione, un improbabile pupazzo di pezza mutilato di un braccio e accanto una bottiglia di vetro della Coca-cola affiancata ad una catasta di scatole di fiammiferi usate. Un paio di libri aperti a caso riposavano sul letto disfatto anche in tarda mattinata, quando il sole entrava prepotente dalle finestre semichiuse. Il corpo di Fede, quasi fosse parte dell'arredamento, poggiato sulle lenzuola azzurre si mosse impercettibilmente, come a dare segno della sua presenza al visitatore invisibile che girava per la sua camera. Riacquistando lentamente lucidità si stropicciò con le mani gli occhi, tentando di cacciare via gli ultimi rimasugli di torpore. Si stiracchiò per bene prima di scendere dal letto e con fare barcollante, ancora per nulla lucido, si avvicinò alla finestra e aprì le persiane. Il sole invase la stanza scacciando il sonno dagli oggetti. Fede controllò distrattamente la sveglia che aveva sulla scrivania davanti la finestra e decise che l'ora che segnava non poteva essere reale. Aveva fatto tardi la notte seguente, il libro-mattone di Anatomia Patologica era un amante esigente.
Si stiracchiò nuovamente davanti alla finestra, godendosi il sole di Aprile. Appoggiò le mani sulla soglia di finto marmo della finestra e guardò il cortile di sotto dove un paio di ragazzini giocavano con un pallone. Storcendo un pochino la bocca e reprimendo la voglia di scendere a giocare con loro si sedette davanti alla sua postazione di studio, si allungò per prendere il libro dal letto e lo aprì a caso cominciando a leggere. Alzando distrattamente lo sguardo verso il muro per riflettere su un concetto che trovava particolarmente significativo gli cadde lo sguardo su due foto che aveva appese sulla parete. Su una c'era il Fede bambino, vestito con una tutina giallo limone terribilmente anni 80, con un grosso Topolino della Disney disegnato sul petto, i capelli a caschetto che guasi gli coprivano gli occhi nocciola. Doveva essere di una qualche sagra del suo paese nel profondo sud. Cinque anni a Roma gli erano bastati a far scomparire quasi del tutto quel bambino, che se ne era andato insieme all'accento del Sud nel suo modo di parlare. La seconda foto era per metà nascosta dalla prima. La parte scoperta mostrava un Fede del tutto diverso dal piccolo bambino. Capelli corti e ricci, nerissimi, una maglietta verde militare senza maniche e una collanina di caucciù. La odiava quella collanina, ma i regali non si possono mica cambiare. Solo gli occhi nocciola erano rimasti uguali. Non rideva molto sulla foto, eppure non aveva motivo di essere triste. La parte nascosta della foto era meglio dimenticarla. Si intravedeva solo un braccio che passava dietro la vita di Fede e che lo stringeva forte. Meglio non pensare a certe scelte fatte, meglio seppellire il tutto con una buona dose di parole inutili lette senza riflettere. Riportò lo sguardo dopo queste breve passeggiata nel suo passato sul libro, continuando a leggere, ma senza dedicare troppa attenzione alle parole, soppesando distrattamente ricordi e immagini.