Silenzio

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Silenzio. E buio, notte fonda. Poche luci riflesse da fuori lo sguardo.
La ragazza con gli occhi alla orientale e le labbra strette in una smorfia di sofferenza puntava i suoi occhi calmi nella mia direzione. L’espressione contratta dei lineamenti del viso rimandava a quelle stampe di inizio secolo, dove il senso di profondità era completamente assente. La sofferenza che trasudava quel volto si nutriva di un malessere dell’anima e non fisico. Il dolore è dipinto con il rossore del sangue, un animo spezzato non ha altra tinta che il pallore del viso della morte. Si potevano intravedere attraverso quello sguardo, fisso nei miei occhi, storie da raccontare, universi in viaggio per vuoti spaziali da colonizzare con la loro polvere, sentimenti soppressi per mancanza di mezzi espressivi efficaci, una nuova morte dell’arte che porta con se nella tomba la realtà tutta.
La ragazza sbatte per un secondo le palpebre prima immobili come in una fotografia. Questo gesto spezza l’incanto che mi legava a quegli occhi; sono ora libero di esaminare il resto di lei. Mi colpiscono i capelli neri, lisci come le piume di un corvo, il collo bianco come il viso, ben tornito e regolare, quei pochi frammenti di pelle che lascia intravedere la camicia chiara che ha indosso, più grande di almeno due taglie, che le copre a stento la parte superiore delle gambe, nude e bianche anch’esse.
Roteando il viso lentamente, in un movimento che poi segue tutto il corpo, si gira di spalle rispetto al mio sguardo. Ora mi accorgo di dove si trova. E’ sulla cima di un palazzo, non saprei dire di quanti piani; un terrazzo grezzo con una scala a pioli verticale che sale verso l’alto, la cui fine va oltre quello che posso vedere con i miei occhi, ancora centrati sulla figura snella della ragazza.
Questa si avvicina alla scala e comincia a salirvi dandomi le spalle. Inizia una delicata musica di sottofondo proveniente da tutto intorno, archi e campanelli. Gli occhi si concentrano sulle mani candide della ragazza che afferrano il piolo poco più in alto sulla sua testa, il tocco freddo del metallo rende incerta la presa di lei per un secondo. Poi la morsa delle dita si fa salda e inizia la scalata. Ora lo sguardo si sposta alto sopra di lei, come proveniente dal cielo. Iniziano a cadere alcune gocce di pioggia e la musica si fa in un crescendo sempre più forte, quasi padrona della scena. La testa della ragazza ondeggia nella sua lenta scalata, la pioggia le attacca i sottili capelli al viso. L’inquadratura torna quella iniziale, il terrazzo di un palazzo, forse un grattacelo. Sulla destra la scala a pioli con la ragazza a metà della sua altezza visibile. Le gocce di pioggia cadono sempre più fitte, sempre più grandi, alcune, quelle più vicine allo sguardo, sembrano grandi quanto il palmo di una mano. Poi lo sguardo segue la caduta di una di esse, che, mentre percorre il suo tragitto da cielo a terra, lascia scorgere una scena dai colori sbagliati, troppo sgargianti per essere considerati reali, come un cristallo esposto alla luce del sole. Si intravede l’immagine del corpo della ragazza vestito normalmente che guarda fuori da una finestra, il tutto inzuppato di riflessi rossi, gialli e blu. La goccia arriva infine a terra dove va in frantumi, come un addobbo natalizio di vetro. Un’altra goccia, un’altra scena della vita di lei, altri vetri sul pavimento. Sul motivo musicale cominciano a predominare i rumori di vetro infranti quando le gocce toccano il suolo esplodendo in frammenti, fino a quasi oscurarlo totalmente.
L’inquadratura iniziale. Il piede nudo della ragazza lascia l’ultimo piolo visibile per poggiarsi sul primo fuori campo. Esce totalmente dallo sguardo. Buio e silenzio in crescendo. Si accendono le luci della sala rivelando il telo bianco che aveva ospitato le immagini.

Sailent uscì dal cinema che il sole stava tramontando. Per lui essere immerso nel buio della sala e subire le immagini di un film era come sognare. Avvertiva quella sorta di impotenza che si ha nei sogni, pur essendo protagonista della scena. Nel cinema erano i suoi occhi che cambiano posizione con l’obbiettivo della telecamera. Ed era sicuro che se avesse provato ad urlare durante la proiezione non ci sarebbe riuscito e la sua bocca sarebbe rimasta spalancata in quella smorfia afona propria delle rappresentazioni oniriche più tremende e intense. Arrivò a casa ignorando i commenti degli altri spettatori, lasciandoli scivolare sotto la soglia di percezione dell’udito. Mangiò distrattamente qualcosa, ancora immerso nelle musiche e nelle immagini del film.
Alcune cose lo avevano colpito in maniera forte, ma il film nel suo complesso non era granché. La scena finale era molto bella, ben curata e con alcune buone trovate, ma la storia era la solita fuga dalla realtà, vera o presunta tale, sulle certezze incerte di una percettività fallibile. I produttori erano riusciti a declinare questo tipo di tema in ogni genere possibile. Nella fantascienza prevaleva il cliscé della percezione alterata, della vita diversa da come la si sente, della ribellione dell’umano da se stesso. Nel genere drammatico si assisteva a spiriti inquieti, che finivano in manicomio se erano corporei o capivano di essere morti nel caso della loro versione incorporea. E così via a sfruttare un paradigma che sembrava riscuotere tanto successo. Prima o poi sarebbe arrivato un western dove il pistolero capisce di essere imprigionato in una colt a causa del suo decesso in un duello oppure che gli indiani sono solo una sua proiezione mentale nata dal mancato sviluppo del complesso edipico. Ancora non del tutto uscito dal torpore del cinema si sedette sulla poltrona davanti al camino, dove si concesse qualche minuto di rilassamento prima di coricarsi del tutto a letto. Incrociò i piedi scalzi davanti alla fiamma del fuoco, percependone il tiepido calore, e chiuse gli occhi per un istante.

Si trovava in un luogo buio in piedi; non sapeva dire se fosse una stanza oppure un luogo aperto, ma non c’era vento. Allunga una mano in una direzione e sente di toccare una parete molliccia con la punta delle dita. Ritira indietro istintivamente il braccio, ma la sostanza elastica rimane incollata alla sua mano, seguendola nel movimento e lasciandolo legato a quella molle catena. Con l’altra mano cerca di strappare via la sostanza, ma non fa altro che invischiarsi ancora di più. Con uno strattone riesce a strappare quel viscido legaccio dalla parete, ma lo sforzo gli fa perdere l’equilibrio e lo fa finire all’indietro con le spalle su una seconda parete gommosa. Impossibile staccarsene ora che la superficie incollata è così ampia, ogni movimento sembra farlo soltanto sprofondare ancora di più in quel legame che si fa morboso. Rimane fermo un istante e percepisce la fredda sostanza avanzare lentamente sul suo corpo, imprigionandolo nel suo abbraccio colloso. Risale per tutto il corpo, ricoprendo lentamente le gambe, poi il torace, fino ad arrivare al collo. Quando arriva alle labbra Salient cerca di urlare, ma viene soffocato dalla sostanza che si precipita all’interno della sua gola, invadendo il suo corpo, facendogli provare la vomitevole sensazione di essere violato nell’interno.

Si svegliò in un istante, ricacciando indietro tutte le spiacevoli sensazioni. Aveva la gola secca. Bevve lunghe sorsate direttamente dal rubinetto, si cambiò in fretta e si mise a letto; aveva la sensazione di aver dormito molto, ma erano passati soltanto pochi minuti. Si rilassò nel caldo abbraccio delle coperte invernali e osservando il soffitto ripensò al sogno così realistico che aveva fatto. Poi chiuse gli occhi di nuovo.

Prato verde e cielo azzurro. Null’altro tutto intorno fino all’orizzonte. Una leggera brezza sul collo lo fece voltare. La silenziosa ragazza del film lo guarda. Una presenza finta e sottile come il fotogramma di una pellicola. L’aveva riconosciuta, e aveva in parte intuito di stare sognando; quella sottile consapevolezza passiva che non consente ripercussioni attive, ma solo aumentare la coscienza dello spettatore protagonista. Una consapevole marionetta legata ad esigenze di copione.
La sottile immagine della ragazza, riproposta a due dimensioni, gli indica mutamente una direzione alle sue spalle, quella in cui guardava all’inizio del presente onirico. Sailent si volta seguendo la direzione del braccio della ragazza orientale in camicia bianca troppo grande e nota in lontananza una piccola macchiolina nera, una indistinta linea scura che sale sottile verso il cielo. Fin troppo facile intuire cosa è, pensa in un attimo di coscienza. Poi prende a dirigersi verso quell’unica nota di tonalità diversa su un paesaggio altrimenti piattamente uniforme. Passano ore, forse giorni; la sensazione del tempo che scorre non è mai stata così forte e presente. Il cammino si ripete monotono, fatto di erba calpestata e di un azzurro cielo opprimente, fatta eccezione per quella linea scura che si fa impercettibilmente più vicina. Dopo quello che sembra un mese di cammino arriva alla base della scala a pioli, identica in tutto e per tutto a quella del film. Tende una mano nella direzione del primo piolo, senza intenzione di salirci sopra, troppo stanco per la lunga camminata. Come sente la sensazione del freddo tocco del metallo viene investito da una cascata d’acqua che gli trascina via l’anima lasciando il corpo accasciato a terra, trasportandolo di nuovo fuori dal sogno.

Riapparve la sensazione delle coperte, dei piedi leggermente intorpiditi, della gola secca. Si alzò dal letto per bere nuovamente, si guardò distrattamente allo specchio e vide le occhiaie che gli marchiavano il viso. Eppure non c’erano prima di cena. Guardò l’orologio. Erano passati di nuovo solo pochi minuti, nonostante avesse la sensazione quasi reale di aver dormito per molte ore. Ma era così stanco che non gli dispiaceva avere ancora tutta la notte per poter riposare.

La scena finale del film. Sailent indossa solo la camicia bianca della ragazza. Il tetto di un grattacelo. Si avvicina al bordo e guarda verso il basso. Non riesce a vedere la strada sottostante. Si volta a guardare la scala a pioli che si sorregge magicamente verso l’alto. Per finire in uno strato di nubi bianche che sostituisce il cielo. Le nubi sono basse, massimo quattro metri sopra di lui, corrispondendo esattamente con la fine dell’inquadratura cinematografica. Non fa freddo, non c’è vento. Comincia a piovere. Una replica esatta della scena del film. Le gocce di fanno grandi e si infrangono al suolo in cristalli taglienti che rimbalzano in terra ferendo il corpo quasi nudo di Sailent. Ogni goccia colorata che si infrange a terra è come una bolla di sapone che esplode nel cervello del ragazzo, lasciando la sensazione di vuoto tipica del non-ricordo. La pioggia si fa intensa, vetri in terra, le mani del ragazzo si stringono alla testa per far cessare quell’insopportabile sensazione di mancanza. Dopo qualche secondo i ricordi smettono di infrangersi in terra. Sailent è vuoto, nessuna percezione coerente di sé; il ragazzo è puro presente assoluto. Rimane immobile, non può muoversi. Così pietrificato aspetta per ore, giorni, riflettendo su se stesso presente, unica sensazione consapevole.

Sveglio. Di nuovo. Gola secca. Scansò con un gesto brusco le coperte, alzandosi in piedi di scatto, barcollando, per nulla riposato. L’orologio gli diceva che erano passati di nuovo pochi minuti. Impossibile. Bevve avidamente di nuovo dal rubinetto. Lo specchio gli diceva che il suo viso non era migliorato e ora davanti alla sua fronte capeggiava un ciuffo di capelli bianchi. Accese la luce per controllare meglio, e nonostante gli occhi stanchi e poco coerenti dovette ammettere che aveva visto bene. Ma il problema più pressante era questa notte che non voleva passare. Provò a rimanere sveglio, si sedette di nuovo davanti al camino e si rilassò tentando di rimanere vigile. Prese con se l’orologio a parete che non voleva saperne di far girare le sue lancette e lo osservò cercando di tenere gli occhi sgranati.

Apparve Avlin davanti a lui, seduta accanto al camino. Il suo primo amore all’età di tredici anni, adeguatamente cresciuto, era seduto nel suo appartamento. Lo stupore non fu più di molto, anche se una mossa del genere dal suo cervello stanco non se l’aspettava. Non aveva pensato più alla ragazza da anni. Era un piacevole ricordo di sofferenza sepolto sotto la sabbia. Eppure Avlin era li, era diventata con il tempo una splendida ragazza, anche se gli occhi erano rimasti quelli di una tredicenne, limpidi come il cielo del suo sogno. L’orologio che teneva in mano si fermò. Sailent ne guardò stupito le lancette, diede un paio di colpetti alla montatura in legno per farlo riprendere, ma non ci fu nulla da fare. Avlin parlò con la voce che avrebbe avuto da adulta. Sailent pianse per il dolore che provò quando lei, da piccola, si trasferì in una nuova città. Un muto sentimento che non aveva mai espresso gli rimase in gola negli anni a seguire. E ora usciva come acqua dai suoi occhi. Era un colpo basso da parte del suo inconscio. La voce di Avlin gli disse di stare calmo, che tutto sarebbe andato bene. Le mani di lei si protesero verso il viso di lui, gli asciugarono le lacrime con un gesto delicato e si posarono sulle palpebre rosse per il pianto. Una calma priva di tempo gli si infuse, partendo dagli occhi verso tutto il corpo. Poi nulla.

Mi ritrovai straiato su un lettino da psicanalista. Vicino a me, immerso in una grande poltrona, sedeva un uomo distinto, con carta e penna tra le mani e un paio di occhialetti tondi sul viso. La luce entrava dalle tapparelle veneziane semi chiuse illuminando debolmente un ambiente in stile anni venti.
“Signor Sailent, mi permetta di chiamarla così, lei ha un problema”. Per tutta risposta feci cenno di si con la testa. La stanchezza sembrava passata, ero completamente lucido.
“Signor Sailent, immagino si stia facendo molte domande sul perché lei si trovi qui, o sul perché le sembra che la notte non passi mai”. Di nuovo cenno di si con la testa. La situazione era paradossale, irreale. Immagino che succeda questo quando si segue il Bianconiglio nella sua folle corsa contro il tempo. Ma il Paese delle Meraviglie aveva un arredamento di inizio secolo e lo sguardo severo e poco amichevole di un laureato in Affari di Cervello Umano.
“Signor Sailent, lei ci sta creando dei problemi, ed è solo nel suo interesse che noi l’abbiamo destata. Non starò qui a descriverle i particolari di tutta la faccenda, ma noi eseguiamo un lavoro anche per suo conto e alcune cose nel suo comportamento ci stanno impedendo di svolgerlo con piena efficacia”. Non potevo fare altro che assentire di nuovo.
“Le parlerò francamente, perché comunque vada questa conversazione avrà poco significato per lei in futuro. Io sono una proiezione razionale del suo cervello stimolata dai macchinari a cui è collegato. Questi macchinari servono a conservarla in vita nell’attesa della fine del Lungo Periodo. Cercerò di spiegarle meglio. L’umanità è emigrata da tempo dalla terra dopo che è divenuta inidonea a causa di alcune incompatibilità tra sviluppo del sistema umano e architettura ecologica del pianeta. Si è resa quindi necessaria una emigrazione di massa, almeno per chi ha potuto permetterselo. Nascere in un posto piuttosto che in un altro è stata una variabile decisiva nella selezione innaturale che ha guidato l’esodo. Comunque sia lei ha scelto di non allontanarsi dal pianeta, e così ha fatto molta altra gente. La tecnologia dell’epoca concedeva la possibilità di conservare il corpo umano per un periodo di vita molto più lungo del suo tradizionale ciclo vitale, fino quasi a fermare il tempo biologico, purché si entrasse in un particolare stato di animazione sospesa. Quindi il suo corpo ora si trova insieme a quello di altre migliaia di persone in orbita intorno alla terra nella postazione di stoccaggio, in attesa che la terra torni abitabile. Io sono un programma di assistenza tecnica per i casi di emergenza come il suo e quello che vede intorno a lei è un ambiente di filtro che la sua mente ha creato per rendere l’incontro più sopportabile per il suo ego. Non è il primo con cui abbiamo problemi e immagino non sarà neanche l’ultimo prima della fine del Lungo Periodo.
Le menti di tutti i nostri ospiti sono interconnesse tra loro, perché abbiamo scoperto che l’interazione tra persone reali offre risultati migliori rispetto a quelle emulate dai nostri elaboratori, così abbiamo adottato un sistema ibrido. La vita cosciente che sviluppate durante lo stato di catalessi è identica in tutto e per tutto a quella reale, l’interfaccia nervosa è infatti perfettamente gestita dai nostri macchinari. In poche parole le vostre esperienze sono reali. Ovviamente per consentire la compatibilità di questa nuova realtà con la vostra mente abbiamo dovuto ingabbiare la vostra personalità reale in maniera da isolarla da quella che vi abbiamo costruito per il Lungo Periodo. Proprio da qui nasce il suo problema. Noi usiamo la vostra fase onirica per controllare che tutto proceda bene.
Signor Sailent, non si è mai chiesto quale sia l’utilità dei sogni? Ora ne è a conoscenza. Il cervello umano, in condizioni reali, non ha necessità di elaborare durante la fase rem del sonno. E’ una nostra invenzione. Geniale, non trova? Ovviamente anche tutte le spiegazioni scientifiche in merito sono da noi fornite. Infatti tutti gli studiosi di medicina e psicologia sono personalità da noi emulate e gestite. E abbiamo forgiato le vostre personalità in maniera che non provino la minima attrattiva per studi di quell’ambito. Un piccolo sistema di sicurezza, chiamiamolo così.
Tornando al suo problema, troviamo difficoltà ad organizzare la sua fase di controllo. Lei ricorda troppo bene i suoi sogni ultimamente. E questo non possiamo permetterlo. Dobbiamo intervenire, ma noi, come è normale che sia, non abbiamo pieni poteri sulla vostra mente. Abbiamo necessità della vostra approvazione per effettuare alcuni interventi in profondità, a meno che la disfunzione non mette in immediato pericolo la vostra integrità fisica. Abbiamo analizzato il suo scan di memoria e per ripristinare tutto alla normalità dobbiamo cancellare alcuni minuti finali della sua ultima giornata. Non abbiamo il controllo completo della vostra realtà, quindi non posso dirle che cosa verrà cancellato, ma le posso assicurare che non si accorgerà di nulla tornando alla sua realtà e neanche quando arriverà la fine del Lungo Periodo ricorderà nulla. La sua precedente personalità verrà rilasciata e cancellerà tutta la successione di eventi emulati dai nostri macchinari.
Le parlo con franchezza. Lei non ha una reale possibilità di scelta. Non potrebbe mai vivere da vigile nel luogo in cui ospitiamo il suo corpo. Può scegliere di consentirci di intervenire oppure continuare a farsi convincere da me in eterno. Inoltre stiamo facendo in modo che lei percepisca come immediatamente reali le parole che le sto dicendo, una piccola misura di sicurezza per evitare fraintendimenti. Lei potrebbe credere che questo sia un sogno e rimanere intrappolato qui per sempre imponendosi di non scegliere”.
Sommerso da quel flusso di verità riuscii ad organizzare pochi pensieri. “Lei ha detto che non ricorderò nulla una volta aver scelto la via obbligatoria, concedendovi di intervenire dove volete, quindi immagino sia inutile da parte mia fare domande di alcun genere.”
“Esatto”.