Munch

Parole, opere e omissioni -> Galleria

Il Grido Pensiero...

Quello di Munch è un urlo silenzioso, un urlo che non è udibile con le orecchie, è una sensazione interiore che esplode ed è troppo grande per essere intrappolata in delle parole. Trasmette un senso di isolamento forzato, a causa della mancanza di mezzi efficaci a trasmettere quello che si prova. La prima volta che ho guardato veramente, anzi direi osservato (troppe volte guardiamo le cose senza osservarle veramente), questo quadro mi è tornato alla mente il titolo di un vecchio video game "I Have no mouth and i must scream", Non ho la bocca e devo urlare. Elemento ricorrente negli incubi di chiunque, il non riuscire ad urlare, l'impossibilità di comunicare il proprio stato di necessità a qualcun'altro. Questa è la nostra peggior paura, quella di non poter comunicare, quella di non riuscire a tirare fuori quello che abbiamo dentro.

Qualcosa di più autorevole.... (AA.VV.)

Edvard Munch, colui che più di chiunque altro ha saputo esprimere attraverso le sue opere l'angoscia e le nevrosi dell'uomo, il dolore e il male di vivere di questo secolo.

Munch perde madre e sorella in giovane età, subisce la conseguenza delle continue crisi nervose del padre, e tutto questo contribuisce alla formazione di una sensibilità straordinaria, sublimata, capace di cogliere e rioffrire allo spettatore i movimenti interni e inconsci dell'animo umano, le ansie, le paure che possono degenerare in patologie.

Nei suoi dipinti Munch ripropone queste sensazioni, anche attraverso un particolare uso e trattamento dei colori, forti, quasi materici, ma lavorati con dramma, tesi a sottolineare le emozioni, seguendo invisibili schemi mentali. Nei suoi quadri è spesso presente il tema della morte, della malattia, esperienze che Munch ha vissuto in prima persona, e che rielabora creando personaggi spettrali, con visi di un pallore funereo, sguardi allucinati; sono persone malate, ormai rassegnate al dolore, che hanno rinunciato a lottare.

Anche “Madonna” esprime questa visione pessimistica, rappresentando la Vergine nuda, sensuale, in atteggiamento di abbandono, conscia della sua bellezza e per questo superiore, pericolosa, da tenere lontana.

Lo stile pittorico dell'artista si evolve negli anni, fino a dar vita a quell'inconfondibile impronta espressionista che resta tutt'oggi un modello. I suoi personaggi diventano esasperati, perdono ogni connotato umano, e la massima espressione di questa dolorosa metamorfosi è “Il grido”.

Il personaggio ha forme innaturali, è composto da linee ondeggianti e il volto è maschera di morte. L'uomo si proietta verso lo spettatore come in una corsa folle, segno della capitolazione della ragione all'istinto. È come scaraventato in un paesaggio desolato e apocalittico. E' un'azione primordiale, è la resa di fronte all'impotenza umana, la paura, la non-comprensione, la caduta verso l'abisso. Il grido che si protrae nella natura e invade l'ambiente circostante come un uragano macchiato di sangue, immagine della devastazione spirituale dell'uomo e la perdita di identità che lo guida, come in una feroce parata allegorica verso la morte.

Mentre passeggiava all'ora del tramonto per un sentiero sopra un fiordo, vide le nuvole tinte di rosso come fossero di sangue. «Sentii un urlo attraversare la natura: mi sembrò quasi di udirlo. Dipinsi le nuvole come sangue vero. I colori stavano urlando». Per tradurre tutto ciò in pittura occorreva disfarsi d'ogni bagaglio accademico, fino a disprezzare - sono parole sue - «la tradizionale cura tecnica del dipinto».

La figura del protagonista non occupa un posto di rilievo o, comunque, la posizione che ci attenderemmo.

L’andamento labirintico delle curve al di sopra della testa sembra un prolungamento dell’ellissi concentriche della bocca, del viso mummificato dalla paura, delle mani intorno alle orecchie. I fiordi e il cielo, la natura, diventano insomma prolungamenti del sentire del protagonista, un labirinto fatto di linee ondulate, seguendo le quali l’occhio vaga senza punti di riferimento stabili: ricordiamo che il timore della perdita dell’equilibrio psichico, di cadere nella follia, caratterizzò l’intera vita dell’artista.

Da un punto di vista più generale, il quadro indica una compenetrazione tra le sensazioni individuali e la natura. L’individuo rimasto solo, ferito, trasferisce nella natura il proprio senso di perdita e la trasfigura in un lago di sangue (il rosso) e di lutto (il blu- nero).

La vita stessa (la strada) è una pista scoscesa, e impossibile da percorrere, paralizzati come siamo dall’inquietudine che avvolge, insieme a noi, tutte le cose.

Il protagonista della tela è quindi il riflesso speculare dell’ autore stesso. Un “Teseo” prigioniero nel dedalo della propria coscienza, soffocato dal peso del dolore, disorientato dall’ incombenza della morte. Nel suo lavoro pittorico sono espressi i mostri feroci frutto della sua stessa mostruosità e del suo sdegno verso quella vita ingrata.

Munch ha comunque segnato con il suo lavoro la nascita e l’affermarsi di quella sensibilità espressionista che è uno dei caratteri fondanti dell’arte del Novecento.