Halloween, i mostri sono lo specchio dell'anima

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halloweenHalloween, il momento in cui il teschio, il mostro diventa il principe della nostra giornata.

Il mostro rattoppato dal dottore Frankenstein, creato con parti di cadavere cucite assieme e animato dalla corrente elettrica proveniente da un fulmine, figlio dell'immaginario di Mary Shelley, è il discendente del Golem, mostro di argilla di origine ebraica, simbolo della presunzione dell'uomo che cerca di emulare Dio nell'atto di creazione della vita. Ad emulare questo gesto, nella tradizione, è il rabbino Jehuda Löw ben Bezalel, nella Praga del XVI secolo, che proprio come il Creatore con Adamo, prende del fango e ci infonde dentro l'energia vitale attraverso i riti e le procedure descritte nella Qabbaláh (o cabala).

Ma anche per il Golem, come succederà poi anche a Frankenstein, la creatura imperfetta si ribella al proprio creatore: la creatura incute timore anche a colui che l'ha creato.

Ma esistono incubi anche non di natura letteraria, più personali e proprio per questo più forti. Ogni persona, con la propria esperienza della vita ne costruisce di nuovi e originali, magari rielaborando quelli che la collettività si porta dietro nel suo cammino di evoluzione e trasformazione culturale.

Questa evoluzione si dimostra alquanto impietosa con figure orrorifiche del passato, soprattutto appartenenti al mondo del cinema, che mal sopportano il peso degli anni, perdendo tutto il loro carico di terrore, passando da mostri vietati ai minori di 16 anni a figure grottesche che generano ilarità allo sguardo smaliziato dei giovani di oggi.

Halloween è la festa in cui si diventa mostri, si esorcizza la paura del deforme, del malvagio, diventando noi stessi i protagonisti dei nostri peggiori incubi. Attraverso una maschera diventiamo quello di cui abbiamo paura, ne assumiamo le sembianze e guardiamo attraverso i suoi occhi. Non a caso uno dei migliori film Horror di tutti i tempi prende il nome da questa festività: Halloween di John Carpenter del 1978.

Nelle scene di apertura di questo film vediamo attraverso gli occhi di un assassino, di un mostro, assistiamo come protagonisti e come “attori” del dramma che si sta per consumare, siamo proprio noi a commetterlo. Ma rimane pur sempre il distacco di personalità. Se infatti noi “vediamo” dagli occhi del mostro, di certo non “siamo” il mostro. La scena prosegue con il truculento dramma per rivelarci infine una verità peggiore dell'incubo. Il “mostro” altri non è che un ragazzino, un ingenuo e sprovveduto bambino che non si è reso conto di quello che è avvenuto, guidato da chissà quale entità malvagia superiore.

La sensazione di distanza viene annullata. Nella scena in soggettiva quindi non siamo un mostro, una creatura malvagia e abbietta; siamo un ragazzo mascherato da mostro, e per questo divenuto mostro; oppure un ragazzo divenuto mostro, e per questo mascherato. Il mostro quindi perde la sua connotazione deforme che lo rende così palese, come se una bruttura esteriore corrispondesse alla decomposizione della sua moralità. Perde il potere di incutere immediato terrore attraverso il suo aspetto, per guadagnarne uno più subdolo e potente. Il male si nasconde tra noi, a le nostre stesse mani e i nostri stessi pensieri. Il mostro potremmo essere noi.

Halloween non è una festività “importata”, diciamo che più che altro è “tornata a casa”, infatti già i romani festeggiavano il giorno dei morti, ovviamente non con l'esaltazione del mostro, ma attraverso una forte ritualizzazione del “ritorno degli spiriti dei morti nel mondo dei vivi”. Questa festa, attraverso più che altro il cinema americano, ci viene restituita trasformata e caricata di significati più moderni rispetto alle tradizioni italiane antecedenti.

halloween2La festa dei morti, anche se con comprensibili ed evidenti declinazioni, è una festività largamente diffusa in tutte le culture da lunghissimo tempo. Il culto dei morti portava gli Aztechi a sacrifici umani, non perché questa cultura fosse particolarmente cruenta e insensibile, ma per un senso di devozione verso il “Dio dei morti”. Attraverso l'amputazione della propria società, sacrificando vite umane, la cultura riconosceva l'importanza del ruolo del dio e, sacrificando di fatto parte di se stessa in un gesto di rigenerazione necrotica, manteneva invariato l'ordine dell'universo. Esorcizzare il male senza combatterlo, sentendolo come necessario, sottomettendosi ad esso, non in quanto elemento esterno troppo potente da combattere, ma in quanto ineliminabile componente della vita.

Il nostro tempo ha invece metaforizzato questo rapporto con l'ordine delle cose, lasciando il mostro spoglio della sua componente vitale e, paradossalmente, abbrutendolo ulteriormente. Se infatti un sacrificio umano è un atto cruento che consente alla vita in quanto tale di proseguire la sua esistenza, quando questo viene desacralizzato diventa un brutale omicidio e quando il dio perde il suo scettro di “guardiano della realtà” diventa un mostro, il male fine a se stesso, privo di un fine ultimo che rientra in un disegno generale. Resta insomma il mostro come lo conosciamo oggi grazie al cinema: rumori di motoseghe che si accendono, scricchiolii di assi sconnesse del pavimento, il rumore delle unghie metalliche di Freddie Kruger; abbiamo perso i rumori di catene dei fantasmi del secolo scorso che si aggirano per freddi castelli di pietra.

Freddie Kruger, mostro del film Nightmare che appare agli adolescenti quando questi scoprono la loro sessualità, quasi a rappresentare una incarnazione deforme, ma puritana delle regole di castità e repressione delle pulsioni sessuali. Un mostro generato per la repressione di istinti naturali da una cultura che non capisce la propria natura generando così un divieto orrorifico punibile con una morte lenta e dolorosa, che oltre a punire deve far pentire.

Il vampiro sembra invece essere uno dei mostri classici che ha saputo “stare al passo coi tempi”; la sua immortalità sembra averlo risparmiato dalla decomposizione del suo mito. Non ha infatti perso tutta la sua carica emotiva e di significati, pur sacrificando alcuni aspetti della sua figura e “ammodernandone” altri.

halloween3Sta vivendo, per quanto gli è concesso dalle due membra decomposte, una seconda giovinezza la figura dello zombie. Dal primo film di Romero, datato 1968, la figura del “morto che cammina” ha subito una serie di cambiamenti notevoli, a volte mostrando tutta la sua residua umanità nella nostalgia di una vita che per loro non c'è più, a volte diventando forse più banalmente semplicemente dei centometristi, dei velocissimi assassini che hanno perso il fascino e il terrore di quelle orde in bianco e nero che facevano della loro lentezza e della loro andatura incerta il loro punto di forza. Non era il terrore dell'improvviso, ma la certezza della lenta inarrestabilità del fenomeno che non può essere ucciso, in quanto già morto. La vera paura nasce infatti soltanto nel momento in cui si ha il tempo di ragionare, quando non si è costretti a reagire d'istinto ad un braccio che rompe il vetro di una finestra dietro la quale ci stavamo nascondendo, ma dal lento e costante scricchiolio delle scale al peso di un mostro che sale mentre noi siamo chiusi al buio in una stanza, la cui unica fonte di luce è la fessura tra il pavimento e la porta che ci separa dal nostro incubo.


Meno fortunata cinematograficamente è stata la figura che storicamente ha dato origine al filone del “morto che torna in vita”: la mummia. Questo zombie completamente bendato e che può vantare una discendenza regale che gli concede una vita dopo la morte, se pur ha potuto contare su effetti speciali di pregevole qualità, ha dato vita solamente a film di genere avventuroso-umoristico che non hanno saputo, e forse neanche voluto, sfruttare il bagaglio emotivo della sua “mostruosità”.

La figura del clown è rappresentativa del fatto che il male che non ha forme prestabilite: è la nostra cultura che genera di volta in volta i suoi mostri, plasmandoli sulle epoche storiche di riferimento. Il pagliaccio è una figura legata storicamente al mondo del divertimento, è il buffone di corte che fa divertire durante le cene e che ha l'ingrato compito di far sorridere. Questa figura dapprima è diventata il personaggio che in tanta parte della letteratura è il solo e l'unico “detentore della verità”, nel teatro è spesso l'intermediario tra finzione scenica e pubblico, ha fatto carriera: è diventato, da solleticatore di pance, una figura funzionale, spesso la più intelligente e saggia della messa in scena. Il clown però si evolve ancora. La sua risata diventa amara con “I pagliacci”, l'opera lirica di Ruggero Leoncavallo e con il tempo il suo sorriso dipinto diventa un ghigno.

Grazie all'enorme contributo in questo senso dato da Stephen King con il suo libro “IT” dell'anno 1986, poi divenuto un film in grado di lasciare un profondo solco nell'immaginario collettivo. Mi spingerei oltre dicendo che il Joker da premio oscar di Heath Ledger nel film “Batman, il cavaliere oscuro” è una ulteriore trasformazione del pagliaccio. Da mostro sotto mentite spoglie torna ad essere umano; non perde la sua malvagit e ci mostra ancora una volta che il mostro non è altro che un uomo.