La moda dei Diari online
| [B]Log - Dicembre 2003 |
Lunedì 1 Dicembre 2003
Da quando ho scoperto che scrivere di se su internet è diventata una moda non mi sono mai spinto a sbirciare i siti dei miei colleghi che si raccontano, dando per scontato che l'approccio verso il "volersi raccontare" dovesse essere il medesimo, essendo le stesse le spinte generatrici; un pensiero che aveva la rigorosità della geometria euclidea e anche la sua caducità. Spinto da curiosità comincio a cercare i cosiddetti "Blog", nome alquanto triste per indicare quella che nel mio immaginario doveva essere una statua online raccontante di qualcuno. Mi ritrovo a spulciare due "diari" di due sconosciuti. Uno l'ho scelto per simpatia con il nome: "pikolo", mentre l'altro era uno di quelli che si trovano nelle top ten dei siti che li ospitano, dove vengono segnalati quelli più visitati. Pikolo, non si capisce se è una donna oppure un uomo. Leggo quello che scrive, ma non mi dice nulla di lui/lei, non ha indirizzo email, ne altri contatti. La struttura del sito dove si racconta è di quelle prefabbricate, costruite da altri per permetterti di parlare. E' come se, dovendo tenere un diario personale lo scrivessi a macchina, perdendo il gusto della calligrafia. La mia calligrafia è il mio sito. Nonostante questo Pikolo riesce a dare personalità a questo spazio di cartone, mette dei suoi disegni, trasmettendo emozioni attraverso di essi. Un lato positivo della medaglia. Lefty333boy, l'altro, parla a volte al femminile a volte al maschile, lasciando disorientati. Confessa i suoi segreti che sembrano finti e degni di una puntata di C'è Posta Per Te. Monologhi splatter e vaghe blasfemie condiscono un piatto che sa di innaturale. Una pagina nera di questo tipo, spoglia, dovrebbe dirmi lui chi è? E se non è questo il compito di tutta questa complicata architettura, allora che scopo ha? L'altra faccia della moneta. Qualcuno scrive un diario per se, per non dimenticare quello che gli accade, per capire meglio se stesso. Questo è il diario tradizionale, quello che si tiene sotto il cuscino o nel cassetto affianco al letto. Il diario sulla rete, uscito dal cassetto e aperto il lucchetto, diventa uno spot pubblicitario per intrattenere nuovi rapporti, dove si cerca il colpo ad effetto e non un vero dialogo. Si ricerca il massimo risultato con il minimo sforzo. Quindi ha forse ragione Pikolo a non dare nessun riferimento, protestando contro l'appiattimento delle opere ad un trailer della persona. La mia opinione personale è che la firma su ogni opera dell'autore sia un dovere verso il proprio lettore, dandogli così la possibilità di applaudire o tirare i pomodori. Queste riflessioni si inseriscono in un contesto di revisione dei rapporti mediati dal web. Non sto perdendo quella ingenua fiducia che si concede ad uno sconosciuto, ma comincio a pensare che ci sia di finto molto più di quanto mi piacerebbe credere. L'evoluzione ha travolto anche questo aspetto. Tutto diventa più veloce e meno profondo, quantità a scapito della qualità. O forse sono solo io che sto crescendo da questo punto di vista.
Da quando ho scoperto che scrivere di se su internet è diventata una moda non mi sono mai spinto a sbirciare i siti dei miei colleghi che si raccontano, dando per scontato che l'approccio verso il "volersi raccontare" dovesse essere il medesimo, essendo le stesse le spinte generatrici; un pensiero che aveva la rigorosità della geometria euclidea e anche la sua caducità. Spinto da curiosità comincio a cercare i cosiddetti "Blog", nome alquanto triste per indicare quella che nel mio immaginario doveva essere una statua online raccontante di qualcuno. Mi ritrovo a spulciare due "diari" di due sconosciuti. Uno l'ho scelto per simpatia con il nome: "pikolo", mentre l'altro era uno di quelli che si trovano nelle top ten dei siti che li ospitano, dove vengono segnalati quelli più visitati. Pikolo, non si capisce se è una donna oppure un uomo. Leggo quello che scrive, ma non mi dice nulla di lui/lei, non ha indirizzo email, ne altri contatti. La struttura del sito dove si racconta è di quelle prefabbricate, costruite da altri per permetterti di parlare. E' come se, dovendo tenere un diario personale lo scrivessi a macchina, perdendo il gusto della calligrafia. La mia calligrafia è il mio sito. Nonostante questo Pikolo riesce a dare personalità a questo spazio di cartone, mette dei suoi disegni, trasmettendo emozioni attraverso di essi. Un lato positivo della medaglia. Lefty333boy, l'altro, parla a volte al femminile a volte al maschile, lasciando disorientati. Confessa i suoi segreti che sembrano finti e degni di una puntata di C'è Posta Per Te. Monologhi splatter e vaghe blasfemie condiscono un piatto che sa di innaturale. Una pagina nera di questo tipo, spoglia, dovrebbe dirmi lui chi è? E se non è questo il compito di tutta questa complicata architettura, allora che scopo ha? L'altra faccia della moneta. Qualcuno scrive un diario per se, per non dimenticare quello che gli accade, per capire meglio se stesso. Questo è il diario tradizionale, quello che si tiene sotto il cuscino o nel cassetto affianco al letto. Il diario sulla rete, uscito dal cassetto e aperto il lucchetto, diventa uno spot pubblicitario per intrattenere nuovi rapporti, dove si cerca il colpo ad effetto e non un vero dialogo. Si ricerca il massimo risultato con il minimo sforzo. Quindi ha forse ragione Pikolo a non dare nessun riferimento, protestando contro l'appiattimento delle opere ad un trailer della persona. La mia opinione personale è che la firma su ogni opera dell'autore sia un dovere verso il proprio lettore, dandogli così la possibilità di applaudire o tirare i pomodori. Queste riflessioni si inseriscono in un contesto di revisione dei rapporti mediati dal web. Non sto perdendo quella ingenua fiducia che si concede ad uno sconosciuto, ma comincio a pensare che ci sia di finto molto più di quanto mi piacerebbe credere. L'evoluzione ha travolto anche questo aspetto. Tutto diventa più veloce e meno profondo, quantità a scapito della qualità. O forse sono solo io che sto crescendo da questo punto di vista.
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