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[B]Log - Dicembre 2003
Mercoledì 17 Dicembre 2003
In questo preciso momento storico dovrei essere a studiare per un esonero che ho tra poche ore, ma come al solito, sento l'impulso a scrivere quando meno ne necessiterebbe la mia carriera universitaria. Avrei voluto farlo ieri sera, ma sono crollato sul letto dopo l'ennesimo incontro con il gatto che dorme sul mio terrazzo (l'ultima volta che lo avevo incontrato eravamo in fila sulle scale io mio padre e mio fratello, è riuscito ad evitare le gambe di tutti, anche quella di mio padre che ha tentato un collo destro al volo per prenderlo).
Ieri sera sono andato a vedere Lost in Translation al cinema. Era molto che non vedevo Murray in un film al cinema, ma per me rimarrà sempre l'acchiappa fantasmi provolone. Interpreta i panni di un attore di successo che viene strapagato per andare in Giappone a la pubblicità di un Wiskey. Qui si scontra con tutte le dissonanze della cultura nipponica, e incontra anche una ragazza che accompagna suo marito che lavora come fotografo. L'incontro, la scoperta che li unisce una spessa insoddisfazione dello stato attuale delle cose nella loro vita, un confronto tra le depressioni di un attore con 25 anni di matrimonio e le insoddisfazioni coniugali da parte della ragazza sposata da due anni. Un "rapporto" ne amore ne amicizia in cui lo spettatore torna a fare il suo ruolo. Un film che non vuole piacere, che non fa nulla per accattivare il pubblico, che , a tratti, non ha neanche il giusto rispetto per la curiosità di chi guarda (dialoghi soffocati dai rumori stradali e pensieri non espressi, fino ad arrivare alla frase sussurrata all'orecchio che non si sente affatto).
La ragazza trasmette uno stupore per quello che accade, una sensazione di essere nel posto sbagliato e nel tempo sbagliato, come se si svegliasse da un sonno durato chissà quanto, che riporta indietro alle espressioni di certi bambini davanti ad un regalo incartato male. Sorpresa, ma....
Lui sembra navigato ed esperto, ma non può controllare questo rapporto che naviga tra stanze di un albergo da mille e una notte e una città di cui non si capiscono neanche le pubblicità.
Tutto questa incomunicabilità contribuisce a isolare i due personaggi su un set tutto loro, particolare, fuori da schemi classici dei film di questo genere.
Geniali le telefonate tra lui e la moglie, che riescono a dipingere una situazione di animo di entrambi con un paio di scambi di battute. Mi ha ricordato per certi versi Kate di Syberia e il suo cellulare, un gioco.
Mi piacciono i film che dopo mi fanno sognare, anche se poi il ricordo del sogno è fumoso e incompleto. Rimangono però le sensazioni, scure e tristi, ma come ogni pianto, lasciano una loro felicità tutta particolare.


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