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PostHeaderIcon19 Dicembre 2006

[B]Log - Dicembre 2006
Prima di chiudere quest'anno ci sono alcune cose che voglio fissare bene nella memoria.
Giorni fa è morta una mia zia; per me era uno di quei parenti che avrò visto in tutto 4 volte negli ultimi 10 anni. Per mio padre era la sorella.
Ovviamente alla notizia mi è dispiaciuto, ma la cosa che mi ha gelato è stata mia madre che mi ha chiesto di andare al funerale perchè aveva paura che mio padre si sentisse male.
Inutile dire quanto la cosa mi abbia dato da pensare. Ha messo in moto una serie turbinante di pensieri e sensazioni difficilmente riproducibile con una serie di frasi.
Le note di sottofondo erano un gelo canto di natale, appena sussurrato e con voci prive di convinzione. Le immagini si presentavano sfocate come attraverso un vetro appannato dall'alito. Mio padre in piedi, con il capo chino per il dolore. Una camera ardente riscaldata da una fiamma ghiacciata. Nell'aria si respira dolore e sofferenza in una cornice di lacrime. Ma il mio dolore è tutto per mio padre. Non riesco più a concentrarmi su la povera zia, falciata all'improvviso. Mi sento in colpa per questo, eppure tutte le mie preoccupazioni non possono che concentrarsi in quell'unico punto.
La realtà è spesso meno tragica di quello che si immagina. Mio padre ha rispettato il suo carattere tranquillo. Non l'ho mai visto piangere, neanche in questa circostanza. Gli ho visto gli occhi rossi, ma nessuna lacrima. La camera ardente era poco più grande della cabina di una nave, aperta sul retro di un ospedale.
Avevo intenzione di non vedere di persona il cadavere. Ho sempre ritenuto una usanza barbara esporre il corpo di un morto al pianto dei parenti. La pensavo una pratica poco utile al dolore e buona solo per versare lacrime ulteriori sulla naturalità della morte. Mia cugina mi ha costretto a vedere il corpo. Mi ha costretto semplicemente prendendomi per mano e portandomi vicino alla bara; lo ha fatto senza cattiveria, probabilmente ignorando la mia reticenza. Ho visto il corpo, freddo alla vista, rilassato, con gli occhi ostinatamente chiusi, le mani giunte, il viso calmo e placido. Ho capito quanto mi sbagliassi. Ho visto il mondo che separa le mie idee sulla morte da quello che un decesso è realmente. La vista di un cadavere si inserisce non in uno spazio di interruzione della vita, ma va a comporre come un tassello fondamentale un disegno generale di naturalità e coerenza. Un corpo privo di vita afferma per negazione il mio essere, lo disegna, ne delimita i bordi con un tratto di gessetto nero ben marcato. Accettare la morte nel suo livello più basso, più vicino alla natura, solleva un velo di seta dall'immagine della realtà. Temiamo la morte perchè abbiamo smesso di vivere accanto alla morte. Allontanandola dalle nostre vite abbiamo eliminato una parte di noi.
Forse il resto del mondo ha una consapevolezza maggiore della mia riguardo la fine della vita, ma la sensazione che ho tutt'ora è che attraverso i cambiamenti urbani, la continua paura del tempo che trascorre, sia nella forma di rimpianto per il passato che quella di angoscia per il decadimento, fanno si che la nostra vita diventi in qualche misura più asettica. Come se dai colori cercassimi continuamente di eliminare il nero, di declinarlo in sempre diverse forme di grigio.
Mio padre viene da una realtà diversa da quella in cui vive oggi, da una Roma malvivente e da una famiglia non linerare, dove si riscattavano riconoscimenti di figli illeggittimi con la concessione di divorzi. Forse ha reagito così perchè viene da quell'ambiente; Sono felice. Ma troppo triste per esserlo. E quel giorno mi facevano male le ginocchia per il troppo freddo e l'eccessivo stare in piedi.
Il funerale in chiesa è stata una esperienza molto meno formativa di quella della mattina. Un catalizzatore, il tentativo di inquadrare il tutto in un modo molto meno naturale dello spontaneo. Fortuna che tra poco arriva il santo natale.


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