Poker di San Valentino
| [B]Log - Febbraio 2004 |
Lunedì 15 Febbraio 2004
San Valentino, un giorno in cui sei obbligato a volere bene a qualcuno e a dimostrarlo. Se può essere uno spunto per commercianti e venditori vari, dovrebbe fare ribrezzo alle coppie legate da qualche tipo di affetto. Non critico la festa in sé, non mi piace però che si "debba" cinguettare il proprio amore, pena "il dimostrare di non essere innamorati".
San Valentino per me è ogni giorno che passo felice con a chi voglio bene accanto e non una data sul calendario.
Chiusa la parentesi.
Ieri sera, unitomi per solidarietà nel girono dei non-corrisposti, come lo chiama Giù, si è dato vita ad un tavolo di Poker dalle caratteristiche grottesche. I cinque giocatori erano: il Conte Doria, famoso per la sua recente sfiga con le carte e le sue battaglie contro l'Esercito Italiano che lo vuole far milite ad ogni costo, Pepo, famoso per la sua capigliatura riccioluta e la sua mole imponente, Giù, famoso per essere perseguitato da una sfiga clamorosa con le donne, anche con quelle che non conosce, e , infine, Cristina, unitasi per caso al tavolo da gioco, famosa per i Profitterol (si scrive così?) e per i suoi bigné ripieni. E per ultimo io, Alessandro; vi ricorderete di me per mani di poker come: "Poker di Kappa e Poker di Donne" oppure per "Colore di Fiori a Teresina".
Cristina, nonostante la veste agelica a tinte azzurre e bianche non riesce a fare un piatto fino a Mezzanotte, forse distratta dalle dosi ingenti di fritto che passano sulla tavola, tra olive ascolane e mozzarelline. Quando però si chiama Giro, in quanto lei deve andare a casa, riesce con due mani a recuperare parte della sua fortuna depredando le casse di Giù e il Conte Giancarlo, aiutandosi con qualche ladrocinio impudente dalle risorse di Pepo, vantando diritto di patrocinio sul di lui forziere. Esce quindi con solo 50 centesimi di passivo.
Uscendo di scena Cristina, la partita riprende dopo una seconda interruzione di olive ascolane e, come era prevedibile, l'elevatezza dei discorsi crolla istantaneamente ad un livello pari a quello di un bordello londinese di fino ottocento. Proseguono le mani e in un gioco di libero scambio capitalistico si ravvede un accentramento di capitali nelle zone polari del tavolo, corrispondeti ai giocatori Pepo e Me, mentre nella zona equatoriale, corrispondente al deserto dei poveri, si genere una bassa pressione che crea aridità. Risultato finale, Giancarlo comincia a parlare di politica per distrarre Pepo e compromettere le sue performance di gioco, ma non gli serve ad assottigliare il margine di sconfitta che si attesta intorno ai 2 euro. Più dura invece la pena inferta a Giù che si congifura come una macchinetta da improperi perfettamente configurata, che sforna fantasiose quanto inoffensieve imprecazioni contro il nulla. La guardia di finanza gli estorce 3 ricchi euro da devolvere alla causa dei vincenti. A nulla valgono i programmi una e venti su T9 per sollevare il morale degli sconfitti.
San Valentino, un giorno in cui sei obbligato a volere bene a qualcuno e a dimostrarlo. Se può essere uno spunto per commercianti e venditori vari, dovrebbe fare ribrezzo alle coppie legate da qualche tipo di affetto. Non critico la festa in sé, non mi piace però che si "debba" cinguettare il proprio amore, pena "il dimostrare di non essere innamorati".
San Valentino per me è ogni giorno che passo felice con a chi voglio bene accanto e non una data sul calendario.
Chiusa la parentesi.
Ieri sera, unitomi per solidarietà nel girono dei non-corrisposti, come lo chiama Giù, si è dato vita ad un tavolo di Poker dalle caratteristiche grottesche. I cinque giocatori erano: il Conte Doria, famoso per la sua recente sfiga con le carte e le sue battaglie contro l'Esercito Italiano che lo vuole far milite ad ogni costo, Pepo, famoso per la sua capigliatura riccioluta e la sua mole imponente, Giù, famoso per essere perseguitato da una sfiga clamorosa con le donne, anche con quelle che non conosce, e , infine, Cristina, unitasi per caso al tavolo da gioco, famosa per i Profitterol (si scrive così?) e per i suoi bigné ripieni. E per ultimo io, Alessandro; vi ricorderete di me per mani di poker come: "Poker di Kappa e Poker di Donne" oppure per "Colore di Fiori a Teresina".
Cristina, nonostante la veste agelica a tinte azzurre e bianche non riesce a fare un piatto fino a Mezzanotte, forse distratta dalle dosi ingenti di fritto che passano sulla tavola, tra olive ascolane e mozzarelline. Quando però si chiama Giro, in quanto lei deve andare a casa, riesce con due mani a recuperare parte della sua fortuna depredando le casse di Giù e il Conte Giancarlo, aiutandosi con qualche ladrocinio impudente dalle risorse di Pepo, vantando diritto di patrocinio sul di lui forziere. Esce quindi con solo 50 centesimi di passivo.
Uscendo di scena Cristina, la partita riprende dopo una seconda interruzione di olive ascolane e, come era prevedibile, l'elevatezza dei discorsi crolla istantaneamente ad un livello pari a quello di un bordello londinese di fino ottocento. Proseguono le mani e in un gioco di libero scambio capitalistico si ravvede un accentramento di capitali nelle zone polari del tavolo, corrispondeti ai giocatori Pepo e Me, mentre nella zona equatoriale, corrispondente al deserto dei poveri, si genere una bassa pressione che crea aridità. Risultato finale, Giancarlo comincia a parlare di politica per distrarre Pepo e compromettere le sue performance di gioco, ma non gli serve ad assottigliare il margine di sconfitta che si attesta intorno ai 2 euro. Più dura invece la pena inferta a Giù che si congifura come una macchinetta da improperi perfettamente configurata, che sforna fantasiose quanto inoffensieve imprecazioni contro il nulla. La guardia di finanza gli estorce 3 ricchi euro da devolvere alla causa dei vincenti. A nulla valgono i programmi una e venti su T9 per sollevare il morale degli sconfitti.
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