Shine e l'arte come vita
| [B]Log - Febbraio 2006 |
Shine è un film che non parla dell'uomo. E' pur vero che racconta della storia di un giovane pianista di origini polacche, con un padre fermo e ingarbugliato, ma è altro quello che trapassa la pellicola. Questo film racconta, come mai nessun altro è riuscito a fare, il rapporto che ha l'uomo con l'arte. Anzi, con qualcosa di più grande, che di volta in volta si incarna ora in una scultura, ora in alcuni versi, ora in un quadro, ora nelle note di una musica; come un fluido che riempie un contenitore, assumendone la forma. La mente umana ha formato tecniche per avvicinarsi a questa entità indefinibile che è "il genio", ma non ha inventato nulla; le arti ci mettono in comunicazione con esso, ma non possono governarlo.Ma non riesco a spiegarmi come vorrei.
Creare un opera d'arte non è un processo che può passare attraverso le definizione di semplici regole stilistiche. C'è quel "qualcosa" di inspiegabile, che non si può piegare all'insegnamento. Il pianista (Noah Taylor, da adolescente) è dotato di un ottima predisposizione anche non guidata dall'istruzione. Ha passione, comprende la musica che suona, vive le note che vibrano dai tasti del pianoforte. Durante l'esecuzione di "Rach 3" di Rachmaninoff la musica lo sommerge, lo spirito che sta dietro le forme d'arte lo possiede, la sua anima viene inondata da elementi che non può comprendere. E la sua mente si perde; da quel momento in poi non può più essere compreso perché lui per primo non può comprendere. L'uomo ne esce ridimensionato, piccolo davanti a qualcosa che pensa di aver creato, ma che non può governare. Reso "meno che uomo" da Euterpe, sarà proprio grazie a questa che mostrerà come non serva un anima logica per l'armonia artistica. E che si può vivere il mondo anche con gli occhi instabili di una riga di note.
"L'arte è pericolosa. E' una delle sue attrattive [..cut..]" - Anthony Burgess
| Succ. > |
|---|
