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[B]Log - Luglio 2006
Buonasera, mi chiamo Alessandro Piconi ed ho un problema (tra i tanti).
Si inizia sempre così in quei gruppi di recupero che si vedono nelle pellicole americane.
Sonno innamorato, ma lei mi respinge. Faccio di tutto per andarci daccordo, ma non c'è nulla di quello che faccio che le vada bene. E non posso dire che sia certo colpa sua. Sono un inetto, almeno in questo campo. Perchè di campo si tratta, che sia in erba o pozzolana, liscio o pieno di dossi e buche, polveroso. Il mio amore è la palla.
La foto che mi ritrare con la magla della Roma nell'anno del suo secondo scudetto ('82/'83) dimostra che già intorno ai tre anni avevo scoperto questa passione. Amo il gioco del calcio, lo trovo uno dei più belli al mondo, anche se non tra i più perfetti. Ci sono regole sbaglate, economie pesanti che lo soffocano, ma il pallone, lui non ha colpe. Nessuno inizia a giocare a pallone sperando di diventare ricco. Tutti iniziano a giocare a pallone per amore.
Io mi chiamo Alessandro Piconi, ho ormai 26 anni. La piena maturità fisica di un calciatore. E sono un inetto. I miei piedi non seguono la mia fantasia, ho dificoltà di attenzione mentre gioco, fiato corto, miopia che certo non aiuta. Ma la colpa di tutto è dei miei piedi.
Come ogni amante del calcio che si rispetti ho provato anche io la via del professionismo. Un anno di scuola calcio intorno ai sette-otto anni. Neanche troppo tardi. Il mister aveva l'aria di quello che capiva immediatamente le potenzialità di giovani. Io era la classica schiappa "da un anno solo". Difensore, il posto dei brocchi, almeno a quella età; e neanche centrale, esterno di destra. Ho giocato una sola partita "semi-ufficiale" ovviamente partendo dalla panchina e entrando quasi solo a tempo scaduto perchè era un amichevole ed era carino far giocare tutti quanti. Di quel giorno ricordo solo il terreno, sconnesso e non totalmente comperto dall'erba. Il mio sguardo non ha memorizzato altro. E il pallone non è fatto per quelli che guardano in terra. Ancora faccio sogni che mi ricodano quella sensazione, dove non riesco a stare in piedi e anche le azioni più banali sono impossibili. Credo di aver mollato perchè tutti mi prendevano per il culo di continuo. Sono cresciuto con Holly e Benji, ma quel buonismo non l'ho trovato nella mia scuola calcio.
E il sogno non si discosta molto dalla realtà. Fondamentalmente perchè sono uno che non vuole fare danni. Allora preferisco passare la palla di prima piuttosto che gestirla e rischiare di perderla. Preferisco evitare la zona di centrocampo dove ci va chi sa assumersi certe responsabilità. Ed è penoso non poter realizzare quello che il cervello è in grado di progettare. Mi ripeto con una frase che adoro per la sua forza comunicativa e immaginifica. Come dover urlare e non avere la bocca.


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