Sogni nel gelo
| [B]Log - Novembre 2003 |
Lunedì 17 Novembre 2003
Mi sveglia mia madre questa mattina con la dolcezza di cui solo una madre che va di fretta può darti; spalanca le finestre alla luce e al gelo e mi intima di alzarmi che fuori piove e non posso andare alla stazione in bicicletta, che mi deve accompagnare lei e che mi devo sbrigare.
Sommerso da questa mole ingestibile di informazioni per il mio cervello appena avviato mi alzo e comincio a gironzolare per casa in modalità stand-by, in attesa di riuscire ad attivare a pieno le funzionalità di ogni singolo neurone. Aiutandomi con immersioni in acqua fredda per acquistare lucidità ho una visione mistica.
Guardando fuori la finestra la pioggia che cade, vedo me, in giro per Roma, bagnato fradicio, che tento disperatamente di prendere un mezzo pubblico strapieno, cercando di chiudere l'ombrello che si incastra tra le porte dell'Atac, senso di soffocamento dovuto a eccessiva pressione degli altri corpi su di me. Una giornata di completa solitudine da vivere tra cinema e aule dove si svolge lezione, con l'aggravante del maltempo.
Sento tra fischi arbitrali che sospendono il mio flusso di pensieri per eccessive intemperie esterne e impartisce il giudice sbattendo il suo martello sul legno del suo scanno la pena da eseguire immediatamente: tornare subito sotto le coperte e inventare una scusa credibile per mamma.
Dinoccolando fino al talamo tanto agognato mi accorgo che il cuscino non è più al suo posto. Faccio per riprenderlo dall'armadio quando mia madre lo prende per un lembo e lo tira per rimetterlo a posto. Parte una discussione paradossale tra me che ho ancora gli occhi chiusi e mia madre che preme perché io mi sbrighi; la situazione ha come centro nodale di risoluzione della questione il tiro alla fune che facciamo con il cuscino. Cerco di inventare una scusa credibile, ma l'operatività del cervello in modalità provvisoria non mi consente altro che dire la verità, che il motivo del mio ritorno in letargo è la pioggia e strattonando il cuscino ne divento legittimo proprietario nuovamente, mi infilo sotto le coperte coprendomi fin sopra la fronte per evitare la luce e le invettive di mia madre. Risprofondo in uno stato onirico e visionario...
E sogno..
Sono a Venezia, però la città non ha i classici canali, tutto è asciutto, sembra prosciugato. Sono in una camera che da su una specie di vallata, dove si scorge tutto il resto della città, la casa è di tipica architettura veneziana, per questo capisco di essere nella città dei mastri vetrai. Nella notte c'è una immensa esplosione, che coinvolge il centro della città che riesco a vedere dalle navate che danno sull'esterno della camera dove dormo. Si raduna nella stanza una piccola folla di emeriti sconosciuti che però, inspiegabilmente, conosco. Le esplosioni si susseguono con ritmo incalzante, e cominciano a volare in aria "pezzi" interi di edifici, un di essi colpisce il tetto della casa dove mi trovo e buca il soffitto. Rimango incantato dagli effetti speciali che il mio cervello riesce a tirare fuori e alla fine dello spettacolo al città si trova distrutta e mio mi ritrovo di mattina nella stanza disastrata ad essere impaurito come pochi. Sento freddo sulla pelle (forse sono le finestre aperte nella mia camera reale) e tremo per la paura di quello che può succedere. Ricevo qualche visita da parte di personaggi strani, come ad esempio una signora sulla 50ina che mi propone di fare sesso con lei ed una sua amica in cambio di una piantina in un vaso di terracotta con dei particolarissimi fiori rossi con dei codici a barre neri dipinti sopra.
Mi sveglio frastornato e rinco. Con la solita cura di acqua fredda tento di capirci qualcosa e riesco finalmente e definitivamente a svegliarmi. Da qui in poi la giornata è rientrata nei canonici binari di esecuzione, studio, lavoro, lettura, futurama da scaricare, Nathan Never.
Per i fan del gatto che mi fa gli agguati la sera quando torno, l'ultima disavventura che lo ha visto protagonista risale a ieri sera verso le 19. Salgo le solite scale esterne e nel buio completo non mi accorgo di averlo davanti. Lui mi vede e si fionda giù per le scale, solo che va inavvertitamente a dare una botta clamorosa ad un mio stinco, si ferma per un istante scombussolato e poi riprende la sua fuga passandomi fra le gambe. Poverello, deve essersi fatto parecchio male. Comincia a farmi tenerezza.
Mi sveglia mia madre questa mattina con la dolcezza di cui solo una madre che va di fretta può darti; spalanca le finestre alla luce e al gelo e mi intima di alzarmi che fuori piove e non posso andare alla stazione in bicicletta, che mi deve accompagnare lei e che mi devo sbrigare.
Sommerso da questa mole ingestibile di informazioni per il mio cervello appena avviato mi alzo e comincio a gironzolare per casa in modalità stand-by, in attesa di riuscire ad attivare a pieno le funzionalità di ogni singolo neurone. Aiutandomi con immersioni in acqua fredda per acquistare lucidità ho una visione mistica.
Guardando fuori la finestra la pioggia che cade, vedo me, in giro per Roma, bagnato fradicio, che tento disperatamente di prendere un mezzo pubblico strapieno, cercando di chiudere l'ombrello che si incastra tra le porte dell'Atac, senso di soffocamento dovuto a eccessiva pressione degli altri corpi su di me. Una giornata di completa solitudine da vivere tra cinema e aule dove si svolge lezione, con l'aggravante del maltempo.
Sento tra fischi arbitrali che sospendono il mio flusso di pensieri per eccessive intemperie esterne e impartisce il giudice sbattendo il suo martello sul legno del suo scanno la pena da eseguire immediatamente: tornare subito sotto le coperte e inventare una scusa credibile per mamma.
Dinoccolando fino al talamo tanto agognato mi accorgo che il cuscino non è più al suo posto. Faccio per riprenderlo dall'armadio quando mia madre lo prende per un lembo e lo tira per rimetterlo a posto. Parte una discussione paradossale tra me che ho ancora gli occhi chiusi e mia madre che preme perché io mi sbrighi; la situazione ha come centro nodale di risoluzione della questione il tiro alla fune che facciamo con il cuscino. Cerco di inventare una scusa credibile, ma l'operatività del cervello in modalità provvisoria non mi consente altro che dire la verità, che il motivo del mio ritorno in letargo è la pioggia e strattonando il cuscino ne divento legittimo proprietario nuovamente, mi infilo sotto le coperte coprendomi fin sopra la fronte per evitare la luce e le invettive di mia madre. Risprofondo in uno stato onirico e visionario...
E sogno..
Sono a Venezia, però la città non ha i classici canali, tutto è asciutto, sembra prosciugato. Sono in una camera che da su una specie di vallata, dove si scorge tutto il resto della città, la casa è di tipica architettura veneziana, per questo capisco di essere nella città dei mastri vetrai. Nella notte c'è una immensa esplosione, che coinvolge il centro della città che riesco a vedere dalle navate che danno sull'esterno della camera dove dormo. Si raduna nella stanza una piccola folla di emeriti sconosciuti che però, inspiegabilmente, conosco. Le esplosioni si susseguono con ritmo incalzante, e cominciano a volare in aria "pezzi" interi di edifici, un di essi colpisce il tetto della casa dove mi trovo e buca il soffitto. Rimango incantato dagli effetti speciali che il mio cervello riesce a tirare fuori e alla fine dello spettacolo al città si trova distrutta e mio mi ritrovo di mattina nella stanza disastrata ad essere impaurito come pochi. Sento freddo sulla pelle (forse sono le finestre aperte nella mia camera reale) e tremo per la paura di quello che può succedere. Ricevo qualche visita da parte di personaggi strani, come ad esempio una signora sulla 50ina che mi propone di fare sesso con lei ed una sua amica in cambio di una piantina in un vaso di terracotta con dei particolarissimi fiori rossi con dei codici a barre neri dipinti sopra.
Mi sveglio frastornato e rinco. Con la solita cura di acqua fredda tento di capirci qualcosa e riesco finalmente e definitivamente a svegliarmi. Da qui in poi la giornata è rientrata nei canonici binari di esecuzione, studio, lavoro, lettura, futurama da scaricare, Nathan Never.
Per i fan del gatto che mi fa gli agguati la sera quando torno, l'ultima disavventura che lo ha visto protagonista risale a ieri sera verso le 19. Salgo le solite scale esterne e nel buio completo non mi accorgo di averlo davanti. Lui mi vede e si fionda giù per le scale, solo che va inavvertitamente a dare una botta clamorosa ad un mio stinco, si ferma per un istante scombussolato e poi riprende la sua fuga passandomi fra le gambe. Poverello, deve essersi fatto parecchio male. Comincia a farmi tenerezza.
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