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PostHeaderIconSogno di una notte di Ottobre

[B]Log - Ottobre 2003
Sabato 4 Ottobre 2003
"Mi sento nelle vertebre
tenebre spiegarsi
tutte nell'accordo di
un brivido."
[Stéphane Mallarmé]

Sedetevi intorno a me, vi racconterò una storia.
Un sogno in scala di grigi, con importanti chiaroscuri e qualche bagliore di colore inaspettato. Tonalità gialline, azzurrognole, ma sempre tendenti al grigio morto. Un edificio, potrebbe essere una scuola, una caserma, insomma, un qualsiasi stabile in cui siano presenti grosse sale e larghi corridoi. Non so cosa succeda in queste stanze, credo ci sia un selezione per non so cosa. Vedo intorno a me sia ragazzi che ragazze di un età compresa tra diciotto e ventisei anni. Chiacchiero con alcuni di loro, nervosamente, come prima di un esame, ma non so in realtà cosa sto aspettando. So che in un piano stremo dell'edificio, alla fine di una scala a chiocciola, non saprei dire se verso il basso e quindi le fondamenta, o se verso l'alto in direzione della terrazza, esiste qualcosa di soprannaturale, inquietante, un dio minore di quelli tangibili nella realtà. Sono curioso, faccio tutto il percorso per arrivare da lui e intanto penso alla sequenza di azioni che dovrò fare e a quello che dovrò dire, conosco le mosse. Le cose non vanno come speravo, il dio si indispettisce per qualche motivo, e mi cerca di afferrare con i suoi tentacoli sfilacciati color cremisi violaceo, una delle poche cose a colori forti del sogno. Riesco a scappare e a tornare dai ragazzi con cui attendevo precedentemente.
Questa volta sembrano intenti a fare delle prove, anche se non riesco a capire di che genere si esercizio si tratti, vengo coinvolto in una specie di danza con una ragazza poco più bassa di me, capelli scuri, viso dolce, espressione indecifrabile. Alla fine viene presa la decisione di andare a far visita all'oracolo che avevo visto io, li metto in guardia, ma mi deridono. arrivo dopo di loro sul posto, e li trovo a chiacchierare alla fine della scala a chiocciola, in un alone di rosso porpora, nessuna presenza soprannaturale a minacciarli.
Cambio di scena, inquadratura a piano americano di una piazza, un edificio vicino, ritorna a padroneggiare il grigio marmoreo dovunque, anche nel cielo. Rivedo la ragazza con cui ho ballato, facciamo due passi su un viale alberato, chiacchieriamo del più e del meno, parliamo anche di dove ci porteranno. Ci confessiamo la sensazione di essere in prigione anche se sembriamo liberi, uccelli in una voliera di vetro.
Mi ritrovo stipato improvvisamente dopo un attimo di disattenzione su una specie di montacarichi di quelli che si vedono nei magazzini di stoccaggio americani, ampi, alti. Siamo almeno una trentina, e tutti abbiamo perso qualcosa della nostra personalità, siamo diventati tutti un pochino più uguali tra di noi, ma non saprei dire il perchè. Il montacarichi si muove in orizzontale, e non in verticale e inizia un lungo viaggio che dura solo un istante. Ma so che ormai tutto è lontano.
Comincio a ricordare dove ho vissuto quelle sensazioni, in un libro, che parla di deportazioni e di disumanizzazione, il montacarichi avrebbe potuto essere un treno. Questo lo penso mentre dormo, e mi prepara alla visione di quello che ci sarà davanti ai miei occhi quando apriranno quella scatola enorme dove ci tengono rinchiusi.
Una specie di campo di concentramento ci attende all'entrata, inizia una litania di giorni sempre uguali, scanditi dai ritmi dei lavori, e anche da alcune pause inspiegabili con passeggiate in un bosco verdissimo, in solitudine. Non saprei dire se è un sogno nel sogno. Durante una di queste gitarelle solitarie trovo delle rovine, una immensa vasca, sembra una piscina di marmo, vuota, dove ormai è cresciuta l'erba, non usata da anni. Le piastrelle azzurre resistono al grigio del sogno come tutto il bosco. Edera che si arrampica sulle pareti. Sembra un tempio abbandonato. Trovo seduta li vicino la ragazza di prima, nuovamente padrona della sua individualità come anche io, rinfrescati da quel grigiore che ci si era posato sopra in quei giorni, forse mesi, di inferno. Parliamo. Lei mi racconta di quando faceva danza e di quanto le piaceva andare in piscina. Parliamo, ma non posso udire quello che diciamo, sono troppo lontano e poi il mio pensiero torna alla routine, inghiottito dagli ingranaggi di un meccanismo che non posso capire ne vedere. Il finale è quanto mai curioso. Chiarita anche nella mia immaginazione l'identità nazista dei miei carcerieri, si devono scegliere due prigionieri da mandare via. Imploro di essere uno dei due, noncurante di quelli che mi lascio alle spalle. Ma non sono stato un buon prigioniero, i qualche maniera sono stato schedato come uno difficile ,e non degno quindi della libertà. Eppure qualche mia presunta parentela con qualche pezzo grosso italiano mi regala la libertà, seppure confinata dentro un ospedale psichiatrico dove vengo rinchiuso.

Un sogno particolare, che mi ha lasciato dentro una macchiolina del suo grigio. Ero talmente intontito che non so neanche se ho raccontato appena sveglio a Ste, che era accanto a me, il sogno oppure l'ho solo immaginato.
Notte.

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