Racconti
| I mei racconti, scivolati fuori dal cervello senza consapevolezza |
Buio. Non poteva essere altrimenti con una benda così aderente al volto. Gli schiacciava leggermente il naso, aderendo alle orbite degli occhi, impedendogli di aprire anche solo le palpebre. Anche se fosse riuscita ad aprirle il buio che creava la stoffa le avrebbe offerto solo un grande vuoto pieno di nulla da guardare; e poi non aveva bisogno degli occhi per sapere che cosa c'era al di fuori della benda.
Sentiva il freddo del tavolo dove era sdraiata. Tutta la pelle nuda cercava di fuggire da quel contatto, ma la corda che la teneva stretta ad esso non intendeva concederle neanche un solo centimetro. Cercò di modulare il respiro, calmare le sensazioni, gustare con calma quello che provava, vedere con la pelle quello che agli occhi era nascosto. Era questo il gioco. Le sensazioni le si mostravano amplificate dal buio e dall'attesa che succedesse qualcosa. Sentiva ogni centimetro della sua schiena aderire alla superifcie del tavolo. Le gambe ciondolavano dal ginocchio in poi nel vuoto, non arrivando a toccare in terra. All'altezza delle spalle la superficie su cui era poggiata terminava ed era costretta ad inclinare il collo per trovare una posizione comoda. Aveva la testa reclinata all'indietro e questa posizione innaturale la costringeva a tenere la bocca semiaperta per respirare al meglio. Ad un tratto un dito gelido le toccò una coscia; prima un polpastrello freddo, poi una morsa di ghiaccio che le accarezzava con fermezza la pelle. Partendo dal ginocchio la stretta salì, lentamente, fino all'inguine. Qui il palmo della mano si distese su tutta la pelle all'altezza del pube, accarezzandole il basso ventre mentre la pelle si abituava al contatto. Ad un tratto un rumore; uno strusciare di tessuti proveniente da poco distante, estraneo a chi la accarezzava. Ci doveva essere qualcun'altro nella stanza. Qualcuno che la stava guardando. Cercò di immaginare se stessa vista da fuori. Ma la mano riprese il suo movimento e la distolse dai suoi pensieri. Riprese a salire verso l'alto, lenta, abbandonando la corta peluria del monte di venere per salire verso la pelle liscia della pancia, indugiare con un dito intorno all'ombelico e poi continuare la scalata. I brividi si susseguivano sempre più fitti e intensi; le piaceva quel gioco, la faceva eccitare. La mano arrivò fino al seno destro, che prese a palpare e massaggiare con delicatezza. C'era fermezza in quella presa, dolce e sicura allo stesso tempo. Una seconda mano prese allo stesso modo il seno sinistro; adesso i due movimenti erano sincronizzati, la massaggiavano per coccolarla, per dirle che era al sicuro, che doveva abbandonarsi, dare tutta se stessa, perchè non le sarebbe stato fatto nessun male. Poi le mani lasciarono la presa e fecero indugiare per qualche istante gli indici sui capezzoli, stringendoli a tratti, come a saggiare le reazioni di lei ad ogni gesto. Si sentiva ormai rapita da quei gesti, così eccitanti, così estranei eppure familiari. L'uomo conosceva la combinazione per accendere in lei il desiderio, per farle aprire il cuore alle più forti emozioni, per farsi lasciare andare completamente in quelle mani sicure che sembravano conoscere il suo corpo così bene. Ripresero a salire fino al collo dove si soffermarono ad accarezzare la pelle tirata dalla posizione reclinata della testa priva di un appoggio. I pollici palparono la pelle all'altezza della gola, premendo leggermente, poi salirono verso il viso toccandole le labbra spalancate, gli zigomi contratti, il naso gelato. Non poteva muovere nessuna parte del corpo, a parte i piedi che erano liberi, ma questo non la disturbava, non aveva paura, era in buone mani; di fidava di quelle mani. Poi altre due mani all'altezza delle cosce; due mani di due persone diverse. Una forte e sicura, ma diversa quelle che le stavano ora accarezzando i capelli come a rassicurarla. L'altra era delicata, calda. La pelle liscia e curata, la forma snella e affusolata le confidarono che era di una donna. Le due mani giocarono con la sua pelle per qualche minuto, accarezzandola ovunque, scoprendo le sue più intime zone e facendole provare un arcobaleno di sensazioni che non riusciva più a catalogare in modo ordinato; non poteva seguire tutti quegli spostamenti e quei movimenti, le sensazioni la sommersero come una cascata d'acqua che rischiava di farla annegare. Solo la stretta sicura delle mani del primo uomo la teneva ancorata alla realtà, mentre le altre due mani cercavano di strapparla dalla coscienza per farla cadere in uno stato di eccitazione e smarrimeno senza ritorno. Si sentiva fremere, preda del piacere,imbevuta di desiderio e con la bocca contratta in movimentate e affrettate smorfie di godimento.
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| Parole, opere e omissioni - Racconti |
16 anni sono tanti. Per un gesto d'ira sono tanti.
Sono entrato quasi curioso, 16 anni fa. Avevo in testa le divise della Banda Bassotti, la palla di ferro al piede e le finestre con il sole a scacchi per le inferriate. Non avevo ancora ben chiaro che 16 anni sono fatti ciascuno da 12 mesi e ogni mese grosso modo da 30 giorni. Pensavo che avrei fatto i sei segnetti paralleli sui muri, da sbarrare poi al settimo, ad indicare una settimana passata in quel cubicolo di cemento. Ma dopo due segni ho smesso quella pratica inutile. Ho smesso perché ho scoperto che non mi sarebbero bastati i muri per fare tutti i segni che avrei dovuto.
Sono entrato che ero "nel mezzo del cammin" della mia vita; ora mi trovo ad aver scollinato il crinale, con davanti una discesa non so quanto lunga. Perché gli anni della carta d'identità vanno raddoppiati quando li passi a respirare la tua stessa aria per mesi e mesi. E' come se sentissi che i miei polmoni ormai sono abituati a filtrare l'aria stantia della cella e che potrebbero esplodere per l'eccessiva purezza dell'aria, una volta fuori.
Fuori.
Quel fuori che è stato per anni così irraggiungibile, visto solo attraverso gli occhi dei martiri che mi hanno fatto visita in questi lunghi anni. Sono abituato ad un cielo sempre grigliato; credo che il suo azzurro potrebbe anche uccidermi vedendolo all'improvviso tutto unito.
Ma ho pagato il mio debito con la legge; almeno così dicono. Ho versato tanto sangue quanto ne ho fatto versare, quindi siamo pari. Hanno messo sulla bilancia la spada della giustizia, ma io non avevo oro per placare la sete di Attila; ho dovuto bilanciare con il peso della mia vita.
Oggi sono libero.
Non d'improvviso. La mia libertà è da tempo che si sta accumulando. Prima mi sono liberato della mia ragazza; l'amavo troppo per legare anche lei a quelle sbarre. Le ho detto che l'avevo tradita. Lei, forse anche per necessità, ci ha creduto subito. Se non ci avessi pensato io, avrebbe trovato il modo lei di troncare, ma sarebbe stato poco giusto lasciarle anche quell'incombenza. Non è passato un giorno senza che pensassi a lei con affetto. Non avrei mai allontanato i miei amici, ma il tempo mi ha liberato di loro; un impegno troppo grande da reggere. Non li biasimo, avrei fatto lo stesso. Il tempo mi ha liberato di mia madre, sempre fedele al nostro incontro attraverso un vetro, finché ha potuto. Un telegramma dello Stato a dirmi che non l'avrei più vista piangere. Forse meglio così, la tristezza dei suoi occhi mi avrebbero ucciso prima o poi. Per quel che riguarda il resto del parentame, ho scoperto che certi tipi di muro assottigliano i legami di sangue.
Si apre la cella, mi ridanno i miei vestiti vecchi di 16 anni. Firmo fogli, tra cui potrebbe esserci anche la mia condanna a morte, ma non ci faccio attenzione. Si apre una porta, piccola; mi aspettavo un portone a due ante che si apre lentamente, come nei film americani.
Blu e aria fredda dalla porta. E lacrime invecchiate di 16 anni.
Sono entrato quasi curioso, 16 anni fa. Avevo in testa le divise della Banda Bassotti, la palla di ferro al piede e le finestre con il sole a scacchi per le inferriate. Non avevo ancora ben chiaro che 16 anni sono fatti ciascuno da 12 mesi e ogni mese grosso modo da 30 giorni. Pensavo che avrei fatto i sei segnetti paralleli sui muri, da sbarrare poi al settimo, ad indicare una settimana passata in quel cubicolo di cemento. Ma dopo due segni ho smesso quella pratica inutile. Ho smesso perché ho scoperto che non mi sarebbero bastati i muri per fare tutti i segni che avrei dovuto.
Sono entrato che ero "nel mezzo del cammin" della mia vita; ora mi trovo ad aver scollinato il crinale, con davanti una discesa non so quanto lunga. Perché gli anni della carta d'identità vanno raddoppiati quando li passi a respirare la tua stessa aria per mesi e mesi. E' come se sentissi che i miei polmoni ormai sono abituati a filtrare l'aria stantia della cella e che potrebbero esplodere per l'eccessiva purezza dell'aria, una volta fuori.
Fuori.
Quel fuori che è stato per anni così irraggiungibile, visto solo attraverso gli occhi dei martiri che mi hanno fatto visita in questi lunghi anni. Sono abituato ad un cielo sempre grigliato; credo che il suo azzurro potrebbe anche uccidermi vedendolo all'improvviso tutto unito.
Ma ho pagato il mio debito con la legge; almeno così dicono. Ho versato tanto sangue quanto ne ho fatto versare, quindi siamo pari. Hanno messo sulla bilancia la spada della giustizia, ma io non avevo oro per placare la sete di Attila; ho dovuto bilanciare con il peso della mia vita.
Oggi sono libero.
Non d'improvviso. La mia libertà è da tempo che si sta accumulando. Prima mi sono liberato della mia ragazza; l'amavo troppo per legare anche lei a quelle sbarre. Le ho detto che l'avevo tradita. Lei, forse anche per necessità, ci ha creduto subito. Se non ci avessi pensato io, avrebbe trovato il modo lei di troncare, ma sarebbe stato poco giusto lasciarle anche quell'incombenza. Non è passato un giorno senza che pensassi a lei con affetto. Non avrei mai allontanato i miei amici, ma il tempo mi ha liberato di loro; un impegno troppo grande da reggere. Non li biasimo, avrei fatto lo stesso. Il tempo mi ha liberato di mia madre, sempre fedele al nostro incontro attraverso un vetro, finché ha potuto. Un telegramma dello Stato a dirmi che non l'avrei più vista piangere. Forse meglio così, la tristezza dei suoi occhi mi avrebbero ucciso prima o poi. Per quel che riguarda il resto del parentame, ho scoperto che certi tipi di muro assottigliano i legami di sangue.
Si apre la cella, mi ridanno i miei vestiti vecchi di 16 anni. Firmo fogli, tra cui potrebbe esserci anche la mia condanna a morte, ma non ci faccio attenzione. Si apre una porta, piccola; mi aspettavo un portone a due ante che si apre lentamente, come nei film americani.
Blu e aria fredda dalla porta. E lacrime invecchiate di 16 anni.
Il guardiano del faro
| Parole, opere e omissioni - Racconti |
Un racconto che dice senza dire, che alla seconda lettura si reinterpreta meglio, che odora di mare.
Uno, nessuno, F
| Parole, opere e omissioni - Racconti |
Sono sempre stato dalla parte di chi viene lasciato, del respinto, di chi soffre. Da una ispirazione illustre.