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Marzo 2006
31 Marzo 2006
[B]Log - Marzo 2006
Venerdì 31 Marzo 2006 01:00
Si rimane sempre affascinati dalla rappresentazione delle proprie radici. Le mie sono profondamente romane.
Mamma Roma di Pasolini è una fotografia in bianco e nero di una Roma passata, paesana, ma non "burina". La teatralità dei comportamenti, esasperati, palesi, buttati in faccia, sono il manifesto della recitazione all'italiana, che finchè rimaneva arroccata nel suo stile asciutto ed essenziale era degna di rispetto, ma che oggi, mista a influenze di oltre oceano, non può non far rabbrividire.
Quella di Mamma Roma è una città che ha da venire, ancora fatti di campi verdi, di rovine romane e di povertà tanto conclamata da non essere più un problema. Non siamo insomma ai livelli angoscianti di "Ladri di Biciclette".
Non ho vissuto quella Roma lì, ma la conosco fin da piccino dai racconti di mio padre e anche in piccola parte di mia madre (anche se lei abitava nella sponda meno povera del Tevere). A volte rifletto su quanta memoria lasciamo scappare ogni giorno. I racconti di mio padre hanno molto in comune con la regia di Pasolini, ma non è nelle mie possibilità spiegare cosa. Ma sono sicuro che il sarto ebreo di San Lorenzo, che abitava in una baracca in un prato, dove mio padre e i suoi amici andavano portandosi la stoffa per farsi fare i vestiti su misura (costavano meno di quelli confezionati), potrebbe essere tranquillamente un personaggio di questo genere di film. E' un bene prezioso questo che andrebbe salvaguardato.
Sorride, oggi, nel raccontarmi che dormiva in un cassetto per mancanza di letti, che con il fratello una volta rubarono il pollo che la madre conservava, non per loro, ma per il suo uomo (non loro padre quindi), quasi fosse stato tutto un gioco, quasi con la consapevolezza che le cose sarebbero finite bene, che un lieto fine dopo un inizio così triste doveva pur esserci. Gli riconosco una forza che non ho mai avuto e non avrò mai. Sono cresciuto su altri terreni, morbidi, mai ostili.
I racconti di una Roma che non è così lontana, eppure che nessuno di noi conosce bene. Una Roma di cui siamo figli perchè fotografia di un Italia dove cambia il dialetto, ma la cornice è sempre la stessa. Una Roma persa per sempre, che non va rimpianta, ma che va ricordata.
L'immagine in bianco e nero di un uomo che sorride a suo figlio, mentre mangia un brodo allungato con troppa acqua.
 
30 Marzo 2006
[B]Log - Marzo 2006
Giovedì 30 Marzo 2006 01:00
Mi dispiace sempre infrangere una tradizione o modificare uno stile consolidato nel tempo. Sono mesi ormai che accanto ad ogni post infilo una immagine di straforo. In miniatura, quasi mai priva di senso. Oggi aggiungo la versione grande del francobollo solito. Una foto di Berlusconi con i suoi figli.
Stasera ho visto "Viva Zapatero" della Guzzanti, Sabrina. Dopo Luttazzi e Beppe Grillo è stata la botta finale. Impossibile resistere alla fame di informazione che nasce dagli spettacoli di questi comici(?). E se a fare informazione è un cabarettista qualcosa che non va c'è di sicuro. Con la voglia di informazione viene anche quella di gridare. Progetti per il futuro: raccogliere il grido "NO" di più persone in una lunga sinfonia di negazione. Quando ci sono troppe cose che a cui si vorrebbe rispondere e non si ha la possibilità di farlo, o si imbraccia il fucile, oppure ci si incazza urlando. Sono un pacifista, per il momento. E come dice Califano "Non escludo un ritorno".
Cercando una immagine a tema mi sono imbattuto nella fotografia di cui sopra. L'ho guardata per un poco. C'è però qualcosa che mi inquieta. Qualcosa stona, ma non capisco cosa. Gli occhi scorrono sulla superficie del video retroilluminato e percepisco qualcosa di innaturale, perverso, forzato. Eppure il cervello non vuole saperne di rendere cosciente questa increspatura della superficie oculare (Che la mia massa grigia sia ForzaItaliota?).
Guardatela bene per un poco anche voi. Forse proverete qualcosa di simile a quello che sto descrivendo.
Continuando l'analisi plastica della foto mi focalizzo sulla figlia in piedi. Ho la netta sensazione di aver già visto quel volto, quella espressione. I capelli sono mossi dal vento (come se fosse naturale avere la bora dentro casa...) il viso inclinato, le ciocche leggere, l'espressione di chi sa di essere guardata. Poi un bagliore nel buio, un ricordo. Firenze, Palazzo degli Uffizi, la "Nascita di Venere" del Botticelli. Ora chiamo Dan Brown e gli consiglio di scrivere qualcosa su "Il Codice Botticelli", un intrigo tutto italiano di un massone che vuole evitare di finire in carcere.
La figlia seduta sembra quasi schifata di dover per forza tenere la mano al padre e appare quasi stupidamente sorpresa del fatto che gli stiano facendo una foto. Il figlio di destra sembra lo sceriffo di qualche paesino sperduto di un film western all'italiana.
La foto sembra progettata da un architetto. In apparenza Silvio non sembra essere al centro di essa, eppure si può notare come la foto, presa da un settimanale, sia stata pensata per una stampa su due pagina di cui ne occupa 3/4. Il Presidente del consiglio risulta al centro dell'unica pagina occupata interamente dalla foto, quella di destra. Ogni linea direttrice sembra voler rafforzare il senso di sicurezza che infonde la posizione di Silvio, unico elemento raffigurato completamente statico e bilanciato. Gli altri corpi sono infatti protesi in qualche modo verso di lui: le braccia dei tre che lo toccano, neanche fosse la gobba di un papa (vi assicuro che non è blasfemia, è solo che toccare un gobbo e il papa portano fortuna entrambi, quindi se li sommi...), la testa del figlio, girata di 3/4 verso il padre, il viso e i capelli della figlia in piedi, l'intera figura del tronco e delle gambe della figlia seduta (Si deve infatti aggrappare con la mano destra alla sedia per non venire attratta dal polo di gravità paterno). Silvio è il centro di quiete della fotografia, sicuro, spartiacque tra i toni leggeri ma insicuri delle figlie e la sicurezza scura, ma ancora acerba del figlio. Il trono d'oro poi è quasi troppo facile da illustrare, quindi evito.
Ma la cosa più inquietante di tutte, oltre alla progettata innaturalezza della foto, è la megalomania di quest'uomo. Sulla sinistra della fotografia si vede quella che potrebbe essere una tenda, come anche un arazzo che simuli l'effetto di trasparenza. Al centro due lettere. SB. Silvio Berlusconi. Chi si farebbe incidere le iniziali sulle tende di casa?
 
26 Marzo 2006
[B]Log - Marzo 2006
Domenica 26 Marzo 2006 01:00
A volte passano quasi mesi prima che io scriva. Non sono una persona costante. Né nel mantenere i miei impegni, né nel mantenere costanti le mie voglie e i miei interessi. Prima che sia il 27 di questo lungo mese voglio scrivere qualcosa.
Per questo sito ho diversi cambiamenti in mente. Sarà che facendo continuamente siti per società più o meno grandi alla fine voglio mettere in pratica quello che so in una forma leggermente più artistica di quanto possa essere un elenco di prezzi in un listino. Il problema è che appena una voglia diviene solida al punto da essere realizzabile comincia a sapermi di stantio, di poco incisivo e allora lascio perdere. Vorrei avere la potenza di incidere una cosa che non appaia ridicola a chi le legge tra qualche tempo. Anni, se fossi bravo. Decenni, se fossi un personaggio da libro di letteratura del liceo (Ah, il Guglielmino).
I fiocchi di neve che visitano il mio inverno sono arrivati, con la dovuta lentezza, a 10100. Un numero stronzo a guardarlo, almeno quanto me che mi lascio ancora stupire da taluni fatti di vita sociale comparata. Una volta mi sarei arrabbiato. Verso i 13 anni credo. Avevo voglia di capire e la precisa sensazione che tutto dovesse essere guidato dalla logica più chiara. Che ogni azione avesse una causa. E invece meteore attraversano il mio campo visivo, mancandomi solo per poco e solo perchè sono io a scansarmi e a lasciare correre. Non c'è logica dietro l'azione. Come non ce n'è dietro le ragioni di quelle azioni. Sto imparando a dosare i pensieri, a pesare il suono di quello che ascolto, a tralasciare particolari corrosivi che, se ingeriti, provocano la morte delle tanto famose rose gialle.
Mi capirò da solo, ma dopotutto scrivo a me stesso. Ho molto in comune con me, credo che mi capirò.
 


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