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Novembre 2003
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Lunedì 24 Novembre 2003 01:00 |
Lunedì
24 Novembre 2003
A quanti usi deve essere deputato un parafango di una bicicletta? Io credo, come suggerisce argutamente anche il nome, ad uno solo, evitare che il fango e l'acqua di una giornata piovosa si lancino gioiosamente dall'asfalto in direzione delle spalle del malcapitato ciclista. Eppure quello della mia bicicletta non funziona affatto e si è dimostrato troppo corto per svolgere la sua funzione.
Risultato, ritorno a casa tutto infangato a causa del maltempo improvvisamente sviluppatosi.
Ieri, domenica, è venuta a pranzo mia cuginetta Giorgia, una deliziosa bimbetta bionda tipo Aidi. Tornando a casa la trovo che gioca con il mio Snoopy con la papalina da letto, una reliquia sacra che è intoccabile ai comuni mortali. Mio padre si avvinca e mi fa, consapevole dei miei occhi fiammeggianti: - Che dovevo fare? Mi ha chiesto se poteva prenderlo e io gli ho detto di si: Ora vuole portarselo a casa perché dice che le piace troppo. -
Quello snoopy ha una storia particolare. Quando vivevo a Roma, verso l'età dei 5 anni ne avevo uno con il quale dormivo tutte le notti. Durante il trasloco andò perso, e per rimpiazzarlo mi comprarono quello con la papalina che regalavano con non so quale detersivo per lavatrice. Il nuovo venuto ha quindi sostituito in tutto e per tutto quello andato perduto.
Cosa dovevo avrei dovuto fare io con Giorgia? Ho pensato che la cosa giusta sarebbe stata lasciarlo a lei, che magari ci avrebbe dormito e avrebbe continuato a sognare con quel piccolo pupazzetto di pezza tra le braccia, portandolo con se in chissà quali viaggi. Poi ho anche pensato all'incostanza dei bimbi a quell'età e a chissà quale fine avrebbe fatto il mio tesoro, e in un impeto di egoismo ho sostituito il mio snoopy con uno un pochino più scrauso che avevo di riserva. Lei non ha gradito molto lo scambio, ma poi sono riuscito a distrarla con altri giochi. Dopotutto come potevo separarmi dal mio compagno di sogni?
Oggi mentre ero sul treno con Ste ritornando da Roma abbiamo trovato un vagone del treno interamente colonizzato da ragazzini che avranno avuto massimo 16 anni, anche se comportamentalmente ne dimostravano 4, forse meno. Non sono uno di quelli che si scaglia a spada tratta contro i nuovi modelli di vita dei giovani, ma quando ogni tre parole c'è una bestemmia, comincio a pensare che in realtà non hai molto da dire. E a sentire i loro discorsi mi sono perso in angoli di ottusità e superficialità dai quali sarà sempre più difficile per loro uscire con il passare degli anni. Facevano i galletti con un paio di ragazze, giocando a carte, chiamando il turno con invettive fantasiose anticlericali. Aveva l'aria di quelli che vogliono spaccare il mondo. Dopo qualche minuto entra nel vagone un ragazzo della loro età, palesemente diverso nell'abbigliamento e nei modi. Chiede permesso per passare, domanda con cortesia ad un ragazzo se uno dei posti che sono occupati dai giacconi è libero per potersi sedere. Il ragazzo facocero gli risponde con espressione porcina che è occupato, quando la cosa è palesemente falsa, tanto che una ragazza richiama il nuovo venuto dicendogli che si può sedere che è libero, ma il facocero la ammonisce nuovamente ribadendo che è occupato. Il ragazzo educato così si incammina tra le persone in piedi con il suo zaino stracolmo di libri a cercare un posto in un altro vagone.
Ne parlo così perché mi sono sentito abbastanza quel ragazzo. Ero così prima, timido, insicuro, educato ogni oltre limite accettabile, con il viso pulito, i capelli biondi corti, avulso da ogni tentativo di approccio con il continente femminile. Anche io avevo l'aria da sfigato come quel bimbo, e tante volte come lui sono passato avanti senza mettermi seduto vicino a quella ragazza, sia per colpa del facocero di turno che stava di guardia, sia per timidezza. Non credo che quell'aria da sfigato sia sparita del tutto, ma è possibile che il cambiamento sia dovuto al fatto che ora ne vado fiero.
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Novembre 2003
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Giovedì 20 Novembre 2003 01:00 |
Giovedì
20 Novembre 2003
Se non scriverò questa sera di questo film, credo che non ci riuscirò più, certe sensazioni passeranno e non riuscirò, come dice Ste, ad essere degnamente melodrammatico. ^_^
Quindi, ora o mai più!
Vedo un panorama che sta diventando sempre più repposo, che ti dice chiaro e tondo quello che vuole, dove non esistono più le pubblicità ammalianti che ti seducono, ma quelle che ti piazzano il prodotto fra due chiappe di una bella, quanto improbabile, "compagna di scuola". Un panorama repposo, non come le canzoni che ti nascondevano il loro significato, ma come quelle che ti srotolano davanti quello che vogliono dire, senza che ciascuno si debba prenda il disturbo di rifletterci e metabolizzarle come meglio crede.
Ora o mai più, un film di quelli che vai a vedere pensando ad certe stampi ormai consolidati, e che invece ti ritrovi per le mani qualcosa di molto personale e particolare.
Un universitario, ultimo esame di fisica alla Normale di Pisa. Sceglie di prendere una via diversa, cercando all'inizio di conciliare le sue due vite, senza riuscirci fino in fondo, scegliendo quella che gli ha dato di più e chiesto meno, fino a quel momento.
Frammento epico da imprimere nella storia del cinema di vita vissuta:
Terrazzo di un palazzo con vista triste di altri palazzi fatiscenti, protagonista fisico laureando neo comunista da centro sociale, un veterano della protesta giovanile, e il fratello di questo, ex protestante giovanile, ora maturo. Il fisico dice di essere entrato nel giro per andare dietro ad una ragazza, l'amico comunista dice al fratello che era entrato con l'intendo si scoparsi una ragazza e poi è andato a letto con un'altra. La risposta del fratello, rivolto al fisico:
- Bravo, bisogna sapersi adattare nella vita, è una cosa molto importante. -
Per il resto una carrellata di scelte più o meno importanti, bivi di crescita e indecisioni pratiche. Ci si chiede spesso cosa succeda a quei ragazzi che in moltissimi film al liceo fanno occupazione o autogestione, che fanno le manifestazioni e quanto altro. Adesso una risposta ce l'abbiamo davanti, ce lo racconta questo film, in ambiente spiccatamente universitario, anche se con tratti tardoadolescenziali.
Lascia dentro una senso di incompiuto, come se mancasse qualcosa alla esperienza di chi guarda. Come se in quell'Ora O Mai Più ci fossero delle sottofrasi molto importanti che vengono taciute, una malinconia per quello che non è stato, per quello che potrebbe essere, una malinconia per il futuro, Spleen la chiamerebbe un noto poeta francese. Come se ogni volta che peschiamo una carta ci portassero via una parte del mazzo da cui abbiamo preso. Non so che cosa mi scartino via, ma mi dispiace per quella parte di possibile futuro che mi sono giocato, nonostante non cambierei nulla del mio presente.
Ma la figura mitologica della razza zeccosa che la da via a tutti è reale o nata dalla fantasia dell'immaginario collettivo? E se è vera, perché i centri sociali non sono il centro della vita sociale del mondo?
Meditando meditando.
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Novembre 2003
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Lunedì 17 Novembre 2003 01:00 |
Lunedì
17 Novembre 2003
Mi sveglia mia madre questa mattina con la dolcezza di cui solo una madre che va di fretta può darti; spalanca le finestre alla luce e al gelo e mi intima di alzarmi che fuori piove e non posso andare alla stazione in bicicletta, che mi deve accompagnare lei e che mi devo sbrigare.
Sommerso da questa mole ingestibile di informazioni per il mio cervello appena avviato mi alzo e comincio a gironzolare per casa in modalità stand-by, in attesa di riuscire ad attivare a pieno le funzionalità di ogni singolo neurone. Aiutandomi con immersioni in acqua fredda per acquistare lucidità ho una visione mistica.
Guardando fuori la finestra la pioggia che cade, vedo me, in giro per Roma, bagnato fradicio, che tento disperatamente di prendere un mezzo pubblico strapieno, cercando di chiudere l'ombrello che si incastra tra le porte dell'Atac, senso di soffocamento dovuto a eccessiva pressione degli altri corpi su di me. Una giornata di completa solitudine da vivere tra cinema e aule dove si svolge lezione, con l'aggravante del maltempo.
Sento tra fischi arbitrali che sospendono il mio flusso di pensieri per eccessive intemperie esterne e impartisce il giudice sbattendo il suo martello sul legno del suo scanno la pena da eseguire immediatamente: tornare subito sotto le coperte e inventare una scusa credibile per mamma.
Dinoccolando fino al talamo tanto agognato mi accorgo che il cuscino non è più al suo posto. Faccio per riprenderlo dall'armadio quando mia madre lo prende per un lembo e lo tira per rimetterlo a posto. Parte una discussione paradossale tra me che ho ancora gli occhi chiusi e mia madre che preme perché io mi sbrighi; la situazione ha come centro nodale di risoluzione della questione il tiro alla fune che facciamo con il cuscino. Cerco di inventare una scusa credibile, ma l'operatività del cervello in modalità provvisoria non mi consente altro che dire la verità, che il motivo del mio ritorno in letargo è la pioggia e strattonando il cuscino ne divento legittimo proprietario nuovamente, mi infilo sotto le coperte coprendomi fin sopra la fronte per evitare la luce e le invettive di mia madre. Risprofondo in uno stato onirico e visionario...
E sogno..
Sono a Venezia, però la città non ha i classici canali, tutto è asciutto, sembra prosciugato. Sono in una camera che da su una specie di vallata, dove si scorge tutto il resto della città, la casa è di tipica architettura veneziana, per questo capisco di essere nella città dei mastri vetrai. Nella notte c'è una immensa esplosione, che coinvolge il centro della città che riesco a vedere dalle navate che danno sull'esterno della camera dove dormo. Si raduna nella stanza una piccola folla di emeriti sconosciuti che però, inspiegabilmente, conosco. Le esplosioni si susseguono con ritmo incalzante, e cominciano a volare in aria "pezzi" interi di edifici, un di essi colpisce il tetto della casa dove mi trovo e buca il soffitto. Rimango incantato dagli effetti speciali che il mio cervello riesce a tirare fuori e alla fine dello spettacolo al città si trova distrutta e mio mi ritrovo di mattina nella stanza disastrata ad essere impaurito come pochi. Sento freddo sulla pelle (forse sono le finestre aperte nella mia camera reale) e tremo per la paura di quello che può succedere. Ricevo qualche visita da parte di personaggi strani, come ad esempio una signora sulla 50ina che mi propone di fare sesso con lei ed una sua amica in cambio di una piantina in un vaso di terracotta con dei particolarissimi fiori rossi con dei codici a barre neri dipinti sopra.
Mi sveglio frastornato e rinco. Con la solita cura di acqua fredda tento di capirci qualcosa e riesco finalmente e definitivamente a svegliarmi. Da qui in poi la giornata è rientrata nei canonici binari di esecuzione, studio, lavoro, lettura, futurama da scaricare, Nathan Never.
Per i fan del gatto che mi fa gli agguati la sera quando torno, l'ultima disavventura che lo ha visto protagonista risale a ieri sera verso le 19. Salgo le solite scale esterne e nel buio completo non mi accorgo di averlo davanti. Lui mi vede e si fionda giù per le scale, solo che va inavvertitamente a dare una botta clamorosa ad un mio stinco, si ferma per un istante scombussolato e poi riprende la sua fuga passandomi fra le gambe. Poverello, deve essersi fatto parecchio male. Comincia a farmi tenerezza.
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Novembre 2003
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Mercoledì 12 Novembre 2003 01:00 |
Mercoledì
12 Novembre 2003
Era molto tempo che non rivisitavo Arrakis, il pianeta detto anche "Dune", dove si produce la spezia. Amo ogni tanto ripassare per i luoghi che ho già visitato, aumentando se posso la difficoltà del mio viaggio.
Matrix Revolution mi ha lasciato solo una cosa positiva, la voglia di leggere Verne. Il giorno dopo quindi mi sono diretto verso la mia libreria preferita ed ho acquistato ad un prezzo veramente bassissimo una edizione molto bella di "Ventimila leghe sotto i mari". Credo che i libri sia l'unica cosa in costante calo di prezzo, o che almeno non tende al costante rialzo. Sarà colpa della poco voglia di leggere delle persone, dirottate su intrattenimenti più passivi.
Il ragazzo a cui faccio da qualche mese ripetizioni di Matematica comincia a darmi qualche soddisfazione, dal 5 costante di quando l'ho accolto alla mia catechesi, fino al 7 e mezzo dell'ultimo compito in classe. Frequenta il liceo dove ho passato 5 anni della mia vita, e ha la stessa professoressa di matematica che avevo io ai miei tempi.
Secondo il modello di Erickson (almeno mi pare sia suo) dell'evoluzione per dilemmi gli anni più densi di ricordi nella fase adulta sono quelli tra i 15 e i 25 anni. Questo perché è in quegli anni che si impongono alla nostra personalità alcune scelte decisive per la nostra formazione, come quella ad esempio dell'integrazione per uniformità/devianza e originalità. Ma al di là del motivo ci sono cose che non scorderò mai di quel periodo tempestoso e burrascoso che è stata la mia vita da liceale.
Adesso vi lascio che gli Harkonnen stanno tentando di conquistare la Conca Imperiale.
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Novembre 2003
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Martedì 04 Novembre 2003 01:00 |
Mercoledì
4 Novembre 2003
Sono ricominciati finalmente i corsi dell'università, e ricomincia il mio pendolare tra Roma e Anguillara senza sosta e senza meta, tra cinema dislocati in lunghi improbabili e ricerche di libri che scono in fascicoli. Per arrivare alla mia aula di lezione, il cinema King, devo fare questo funambolico percorso: Treno Anguillara - Roma con fermata a Valle Aurelia, Metro A fino a Flaminio, Atac fino a via Po, altro Atac fino a via Nemorense e poi passeggiatina in direzione di villa Ada.
Il primo giorno, tanto per iniziare bene, mi è successo quanto segue. Il professore di Teorie e Tecniche dei nuovi media ha fatto una domanda di questo tipo: "Vedete questo proiettore da sala collegato al mio Pc? Bene, che cosa ottenete se lo mettete sotto sopra attaccato al soffitto?". Io con un volume di voce normale, in maniera che non potesse sentirmi il docente, dico: "un lampadario!". Purtroppo in quel preciso istante in cui ho fiatato si è creato il silenzio più totale e la mia voce ha riempito quel buco. Tutto il cinema è scoppiato a ridere battendo le mani, io sono diventato coloro lampone e ho ritirato la testa nelle spalle come una tartaruga che tenta una via interiore di fuga.
La nota mancanza di spazi ha fatto si che un gruppo di studenti portasse un divano preso dall'anticamera del cinema per portarlo dentro la sala e sedercisi. Quindi ora nel cinema ci sono quattro posti in più di prima classe.
Nel mio eterno pellegrinaggio oggi ho incrociato un ambulante che vendeva libri, uno di quelli che si mettono al ciglio del marciapiede e vendono le cose su una stuola di cartone, avete presente, no? Mentre spiluccavo le pagine di un libro si avvicina un ragazzo con la faccia da matricola, lo aveva veramente scritto in fronte: "Aiutatemi, sono perso nel marasma generale dell'università". Ma ha veramente stupito ogni mia rose aspettativa quando si volta vero l'ambulante e gli fa: "Per caso ha la guida dello studente?". Ad un povero ambulante.... non aggiungo altro.
Ho conosciuto Erica, una ragazza molto simpatica, che mi ha quasi convinto a seguire il corso serale di semiotica, l'unico problema è che l'orario è, per l'appunto, serale, quindi dalle 18 alle 20; il che significherebbe tornare a casa a notte fonda.... vedremo, magari riesco a farmi mettere le firme senza andarci e riseco a preparare da solo l'esame.
Ho ripreso la sana abitudine di alzarmi presto la mattina, mi sento stanco alla sera, ma soddisfatto di essere uscito dal torpore che mi si era incollato addosso.
Questa mattina dovevo essere alle 8 nel cinema di qui sopra, e l'orario di partenza per sperare di arrivare in orario era le 6 e 27 del mattino. Con la mia virtuosa bicicletta verde smeraldo ho intrapreso verso le 6 e 05 la traversata di un paio di Km che mi avrebbe portato alla stazione del treno. Era ancora buio quando sono uscito di casa e in bici il freddo era congelante, quasi sidereo. Tanta sofferenze per arrivare poi alla stazione e sapere che il treno è "In ritardo non precisato" che Dio solo sa cosa significa in minuti. Aspetto fino alle 7, poi chiamo mio padre che, andando al lavoro, mi avrebbe portato alla stazione successiva, dove partono altri treni per Roma. Naturalmente appena mi dirigo verso il luogo dell'appuntamento pattuito con il genitore, appena sono fuori portata di treno, il fetente passa allegramente dirigendosi verso la capitale. Aspetto il genitore-navetta e mi lascio condurre alla stazione successiva, dove prendo un treno che impiega un ora a fare un tragitto di 30km. Immancabilmente la metro è strapiena e ne devo aspettare due per trovarne una "vivibile". Il primo dei due Atac che prendo si rompe, aspetto il successivo, faccio il cambio a via Po e arrivo a destinazione; alle 9 e 20. Tre ore e quindici minuti per arrivare a destinazione.
Voglio il teletrasporto!
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