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[B]Log -
Ottobre 2003
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Giovedì 16 Ottobre 2003 01:00 |
Giovedì 16 Ottobre 2003
Ancora qual maledetto gatto a togliermi il sonno. Come al solito i miei si erano dimenticati di lasciarmi accesa la luce fuori al portone di casa, nel balcone e alla fine delle scale mi sono ritrovato con il solito gatto estraneo a ballare la tarantella per evitare di scontrarci nel generale panico che aveva assalito tutti e due. Questa volta ha adottato una tattica diversa da quelle dell'ultima volta. Ha sentito i miei passi e appena ho messo piede sull'ultimo scalino è filato via raso raso al muro, facendo la strada che seguivo io al contrario a tutta velocità.
Solita scarica inutile di adrenalina ed eccomi qui a scrivere, aspettando il sonno.
Questa sera ho visto con un paio di amici X-Man, in differita di un oretta dalla messa in onda televisiva grazie ad un portentoso divx. Non mi ha fatto certo l'effetto del film di Bertolucci adesso al cinema, però qualche idea carina c'era, se si riesce a passare sopra ai canoni rigidi del cinema di azione di questo genere.
I fumetti americani hanno indubbiamente qualcosa in meno rispetto a quelli di casa Bonelli. Forse per gli amanti del genere sto dicendo una eresia, però è indubbio che lo spessore dei personaggi italiani, con le loro caratteristiche, con i loro difetti, non è paragonabile a quello delle creature di casa Marvel. Supereroi contro esseri normali, al limite più intelligenti del normale. Non può esserci confronto. E' come se quelli dotati di super poteri si dimenticassero a volte di pensare, come se diventassero delle macchine.
Agli artigli impiantati di Wolverine preferisco i capelli bianchi di Nathan Never, venutigli quando ha scoperto che sua mogli era stata uccisa mentre lui era fuori casa, a letto con un'altra donna.
Mi chiedo perché mai poi sia necessario per ogni eroe di casa americana avere la sua tutina caratteristica con cui vestirsi per andare in missione. Che sia un fatto di moda?
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[B]Log -
Ottobre 2003
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Martedì 14 Ottobre 2003 01:00 |
Martedì 14 Ottobre 2003
Mi accorgo quando arriva l'inverno da una cosa un poco particolare.
Quando entro in macchina ormai ho una serie di gesti automatici. Chiudo lo sportello, inserisco la chiave, metto la cinta, metto il cambio in folle, e poi contemporaneamente giro la chiave ed apro il finestrino. Mi accorgo che è inverno quando richiudo immediatamente il finestrino dopo che il gelo è entrato in macchina. Sono vittima delle mie abitudini.
In questi giorni sono perso nella costruzione del sito della Shenker, la qual cosa porterà un pochino di ossigeno al mio conto in banca che langue in stasi da ormai molti mesi. L'inizio delle lezioni è stato posticipato di una settimana ancora, non credo che saprò mai quale lezioni seguire.
Mi capita durante il giorno di pensare di voler scrivere qualcosa di particolare in questo spazio, ma poi, immancabilmente, mi dimentico di farlo, oppure non trovo il tempo, troppo impegnato a giocare a qualche gioco idiota sul pc. Quindi alla fine queste righe possono essere considerato solo un Greatest Hits di quello che mi succede. Se volete di più, trasferitevi vicino casa mia.
In questi giorni sto facendo un pochino di pulizia, dentro e fuori il mio Pc. Mi sono dis-iscritto dalla prima lista di cui sono entrato a far parte una volta su internet, mi sono perso per strada delle persone molto speciali a cui tenevo, ma lo spirito che l'animava era morto da tempo. Qualcuno con il tempo aveva abbandonato, e io da qualche tempo mi sentivo un intruso che guarda dal buco della serratura. Così me ne sono andato senza dire una parola, senza un ciao. Ma da certi posti si esce solo così.
Una nota di colore. Mio fratello sono giorni che gioca con Empire Earth, un gioco di quelli che devi costruire il tuo popolo e poi mandarlo al massacro. C'è la voce di un generale che è insopportabile che ogni volta che lo selezioni ripete monotonamente "Siamo sotto attacccooo". Mio padre, nel suo consueto giro di perlustrazione nella camera dei suoi pargoli dopo essere tornato dal lavoro ha sentito quella voce per almeno una ventina di volte. Deve averlo tipo ipnotizzato perché per il resto della serata quando passava davanti camera faceva capoccella con la testa e urlava "SIAMO SOTTO ATTACCCOOOO".
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[B]Log -
Ottobre 2003
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Sabato 04 Ottobre 2003 01:00 |
Sabato 4 Ottobre 2003
"Mi sento nelle vertebre
tenebre spiegarsi
tutte nell'accordo di
un brivido."
[Stéphane Mallarmé]
Sedetevi intorno a me, vi racconterò una storia.
Un sogno in scala di grigi, con importanti chiaroscuri e qualche bagliore di
colore inaspettato. Tonalità gialline, azzurrognole, ma sempre tendenti al
grigio morto. Un edificio, potrebbe essere una scuola, una caserma, insomma,
un qualsiasi stabile in cui siano presenti grosse sale e larghi corridoi.
Non so cosa succeda in queste stanze, credo ci sia un selezione per non so
cosa. Vedo intorno a me sia ragazzi che ragazze di un età compresa tra
diciotto e ventisei anni. Chiacchiero con alcuni di loro, nervosamente, come
prima di un esame, ma non so in realtà cosa sto aspettando. So che in un
piano stremo dell'edificio, alla fine di una scala a chiocciola, non saprei
dire se verso il basso e quindi le fondamenta, o se verso l'alto in
direzione della terrazza, esiste qualcosa di soprannaturale, inquietante, un
dio minore di quelli tangibili nella realtà. Sono curioso, faccio tutto il
percorso per arrivare da lui e intanto penso alla sequenza di azioni che
dovrò fare e a quello che dovrò dire, conosco le mosse. Le cose non vanno
come speravo, il dio si indispettisce per qualche motivo, e mi cerca di
afferrare con i suoi tentacoli sfilacciati color cremisi violaceo, una delle
poche cose a colori forti del sogno. Riesco a scappare e a tornare dai
ragazzi con cui attendevo precedentemente.
Questa volta sembrano intenti a fare delle prove, anche se non riesco a
capire di che genere si esercizio si tratti, vengo coinvolto in una specie
di danza con una ragazza poco più bassa di me, capelli scuri, viso dolce,
espressione indecifrabile. Alla fine viene presa la decisione di andare a
far visita all'oracolo che avevo visto io, li metto in guardia, ma mi
deridono. arrivo dopo di loro sul posto, e li trovo a chiacchierare alla
fine della scala a chiocciola, in un alone di rosso porpora, nessuna
presenza soprannaturale a minacciarli.
Cambio di scena, inquadratura a piano americano di una piazza, un edificio
vicino, ritorna a padroneggiare il grigio marmoreo dovunque, anche nel
cielo. Rivedo la ragazza con cui ho ballato, facciamo due passi su un viale
alberato, chiacchieriamo del più e del meno, parliamo anche di dove ci
porteranno. Ci confessiamo la sensazione di essere in prigione anche se
sembriamo liberi, uccelli in una voliera di vetro.
Mi ritrovo stipato improvvisamente dopo un attimo di disattenzione su una
specie di montacarichi di quelli che si vedono nei magazzini di stoccaggio
americani, ampi, alti. Siamo almeno una trentina, e tutti abbiamo perso
qualcosa della nostra personalità, siamo diventati tutti un pochino più
uguali tra di noi, ma non saprei dire il perchè. Il montacarichi si muove in
orizzontale, e non in verticale e inizia un lungo viaggio che dura solo un
istante. Ma so che ormai tutto è lontano.
Comincio a ricordare dove ho vissuto quelle sensazioni, in un libro, che
parla di deportazioni e di disumanizzazione, il montacarichi avrebbe potuto
essere un treno. Questo lo penso mentre dormo, e mi prepara alla visione di
quello che ci sarà davanti ai miei occhi quando apriranno quella scatola
enorme dove ci tengono rinchiusi.
Una specie di campo di concentramento ci attende all'entrata, inizia una
litania di giorni sempre uguali, scanditi dai ritmi dei lavori, e anche da
alcune pause inspiegabili con passeggiate in un bosco verdissimo, in
solitudine. Non saprei dire se è un sogno nel sogno. Durante una di queste
gitarelle solitarie trovo delle rovine, una immensa vasca, sembra una
piscina di marmo, vuota, dove ormai è cresciuta l'erba, non usata da anni.
Le piastrelle azzurre resistono al grigio del sogno come tutto il bosco.
Edera che si arrampica sulle pareti. Sembra un tempio abbandonato.
Trovo seduta li vicino la ragazza di prima, nuovamente padrona della sua
individualità come anche io, rinfrescati da quel grigiore che ci si era
posato sopra in quei giorni, forse mesi, di inferno. Parliamo. Lei mi
racconta di quando faceva danza e di quanto le piaceva andare in piscina.
Parliamo, ma non posso udire quello che diciamo, sono troppo lontano e poi
il mio pensiero torna alla routine, inghiottito dagli ingranaggi di un
meccanismo che non posso capire ne vedere.
Il finale è quanto mai curioso. Chiarita anche nella mia immaginazione
l'identità nazista dei miei carcerieri, si devono scegliere due prigionieri
da mandare via. Imploro di essere uno dei due, noncurante di quelli che mi
lascio alle spalle. Ma non sono stato un buon prigioniero, i qualche maniera
sono stato schedato come uno difficile ,e non degno quindi della libertà.
Eppure qualche mia presunta parentela con qualche pezzo grosso italiano mi
regala la libertà, seppure confinata dentro un ospedale psichiatrico dove
vengo rinchiuso.
Un sogno particolare, che mi ha lasciato dentro una macchiolina del suo
grigio. Ero talmente intontito che non so neanche se ho raccontato appena
sveglio a Ste, che era accanto a me, il sogno oppure l'ho solo immaginato.
Notte.
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